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William Friedkin, la fascinazione del male

22/10/2012

Come si può considerare di “serie B” il regista di un blockbuster come “L'esorcista?”. Si può, intendendo l'epiteto come un complimento, perché William Fredkin ha la vocazione di fare un cinema indipendente e scorretto. Oggi lo testimonia una commedia nera al vetriolo, “Killer Joe”, ma (quasi) tutta la sua carriera lo dimostra.

Nato a Chicago il 29 agosto 1935 da una famiglia di origine ebraica, Billy comincia a lavorare presso un'emittente televisiva, dapprima come umile fattorino facendo però rapidamente strada fino a lavorare nelle produzioni. Dopo qualche anno di gavetta con documentari (particolarmente importante “The People vs. Paul Crump”) e telefilm (tra cui “L'ora di Hitchcock”), decide di fare il salto verso Los Angeles e il cinema e esordisce nel lungometraggio nel 67 con “Good Times” a cui fanno seguito “Festa di compleanno” (The Birthday party), “Quella notte inventarono lo spogliarello” (The Night They Raided Minsky's) e “Festa per il compleanno del caro amico Harold” (The boys in the band). 
Gli anni '70 sono il suo decennio di grazia, col successo di critica e di pubblico di “Il braccio violento della legge” (The French Connection) con tanto di Oscar (incredibili, se si pensa al buonismo dell'Academy) per il miglior film e la miglior regia. Se questa pellicola influenzerà il successivo cinema poliziesco, la seguente, “L'esorcista” (The Exorcist), sarà una pietra miliare del cinema horror e uno dei maggiori successi di tutti i tempi. La fama non condiziona troppo l'autore, che successivamente realizza il remake de “Il salario della paura” (Sorcerer) , il divertente “Pollice da scasso” (The Brink's Job) e “Cruising”, un thriller gay ancora oggi controverso. Forse questa opera viene un po' pagata, perché nei due decenni successivi Friedkin si ritrova a far film meno personali e soddisfacenti, anche se data '85 quello che per molti è il suo capolavoro, “Vivere e morire a Los Angeles” (To live and die in LA). Nel 2006 l'incontro artistico con Tracy Letts che porta a  “Bug” e, ora, a “Killer Joe”, un altro film che ha lasciato sconvolti non pochi e raccolto meritati applausi. Nel frattempo Friedkin ha intrapreso un altro importante filone artistico, quello della regia lirica, mettendo in scena in tutto il mondo opere come “Wozzek” o “Gianni Scicchi” e dimostrando la sua versatilità e il suo gusto di tipo quasi europeo.
Colto, di carattere estremamente piacevole e gentile, travolgente e bizzarro, Billy è amato da pubblico e colleghi, ma un po' meno dall'establishement, a causa di una cinematografia ribelle e antiamericana (ama molto il cinema francese, e si sente). Pur nella gran varietà di generi toccati, il noir poliziesco è quello con cui si muove con maggior efficacia. Il suo stile è all'insegna di un dinamismo ai limiti del virtuosismo ma mai fine a se stesso, grazie a un montaggio sempre efficace e di grande impatto emotivo; la fotografia immerge le pellicole in un'atmosfera molto realistica, quasi da documentario, che sottolinea la gran scelta delle location: ambienti urbani spesso degradati che finiscono col diventare protagonisti stessi del film. Le immagini lasciano poco spazio all'immaginazione, sfiorando a volte il truculento, e il sesso è mostrato nella sua crudezza - il romanticismo risiede altrove, nei rapporti (tesi e al contempo di affetto) tra i personaggi, che siano essi legati intimamente da rapporti di amicizia, famiglia o lavoro (si veda ad esempio il caso dei “gemelli” detective) o che siano nemici: la fascinazione del male è infatti un elemento quasi costante nelle opere di Friedkin e uno degli elementi di maggiore interesse delle sue storie. I suoi “eroi” non sono mai completamente positivi o negativi: per quanto immorali possano essere, contengono qualcosa di affascinante che attira gli altri e, viceversa, per quanto siano persone rette, covano un lato ambiguo e fuori dalle regole che attende d'essere tirato fuori.

Sebbene il dinamismo di cui si è parlato rimandi al cinema d'azione e Billy sia maestro in scene di suspense e inseguimento (si pensi alla sequenza della metropolitana in French Connection o all'eccitante corsa contromano in To live and die in LA), gli efficaci movimenti di macchina e i tagli quasi sincopati del montaggio si ritrovano anche nelle numerose opere “da camera”: le origini letterarie e, in particolare, teatrali dei suoi film sono quasi una costante nel cinema di Friedkin.
Una summa delle caratteristiche qui esposte si può trovare nel suo ultimo film, “Killer Joe”: un testo teatrale di partenza molto forte, una storia dura e dissacrante, un ambiente fisico e umano desolante, uno humor sardonico che a prima vista alleggerisce un materiale da tragedia greca ma alla fine dei conti ne amplifica l'effetto-choc, una visione sconsigliata alle anime belle e ai minori, dei complessi rapporti di amore-odio tra i vari personaggi, un cast in stato di grazia. La trama è quella classica del noir: un delitto per riscuotere un'assicurazione, ma con inghippo dietro l'angolo. Cambia il punto di vista, che fa emergere dal nido di vipere una bizzarra love story: la piccola, vergine Dottie sogna di fuggire da un padre imbelle, un fratello amorale e cocciutamente fallito, una madre che la nega e una matrigna a dir poco inaffidabile, e il principe azzurro che viene a liberarla è un freddo assassino a pagamento. Siamo dalle parti della piccola Regan posseduta dal diavolo. Solo che allora lo spavento era talmente grande che in pochi ne hanno colto il sottile, perverso umorismo, mentre qui si ride più apertamente. Ma sempre per esorcizzare i mostri.

 

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Elena Aguzzi