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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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Asian Film Festival

21/04/2024

Il Cinema Farnese, a Roma, anche quest’anno ospita l’Asian Film Festival (AFF), arrivato alla sua ventunesima edizione.

Dal 10 al 17 Aprile 2024, l’AFF ci ha offerto uno sguardo variegato, sorprendente e a tratti incantato, su mondi diversi, che scopriamo non così lontani da noi, tra film presentati e premiati (Venezia, Berlino, il BIFF), ed esordienti.

Dalla Cina al Giappone, passando per la Thailandia, Singapore, la Corea del Sud, l’Indonesia, il Vietnam, Taiwan, il Nepal e la Malesia, il Festival ci accompagna in un viaggio tra paesaggi e culture sempre diverse, raccontandoci un’umanità sorprendentemente simile, dove le specificità del linguaggio cinematografico e dei codici espressivi sono altrettanto importanti nel fare la differenza, nel tracciare un ritratto, con i suoi stessi ‘pennelli’ di questo mondo unico.

Abbiamo scelto due film diversi tra loro, il gangster coreano Love is a Gun e il giapponese Ripples, intenso e intimista.

Buona visione, e buona lettura

Love is a gun (titolo orig. Ai shi yi ba qiang) 

Regia: Lee Hong-chi

Interpreti: Lee Hong-chi, Patricia Lin

Se il tuo amore è una pistola, cambiare vita lasciando che il passato sia passato non è facile.

Il protagonista, Sweet Potato, a dispetto del soprannome che si porta dall’infanzia, è un giovane gangster che – appena uscito di prigione - cerca di rifarsi una vita lasciandosi alle spalle la gang per cui si è messo nei guai, imbattendosi nelle barriere invisibili, formali e non, che la società taiwanese, le passate amicizie e il contesto familiare, creano attorno a lui.

Ogni suo tentativo di ricostruire una prospettiva concreta fallisce, con un senso di ineluttabilità che poco a poco finisce per spingerlo nell’angolo: inutile il tentativo di crearsi un capitale vendendo la malandata casa di famiglia, inutile cercare di riprendere i rapporti con l’ex-fidanzata Lulù, inutile far leva sul Rappresentante di Quartiere per ripulire la vicina spiaggia, che potrebbe dargli del lavoro come ambulante. Tra piccole e grandi ipocrisie, incomprensioni e tradimenti che tornano dal passato.

Pezzo a pezzo Sweet Potato – quasi in un pellegrinaggio fallimentare – vede svanire le possibilità di un reintegro nella società cosiddetta ‘civile’, finché l’unica prospettiva, a dispetto del suo genuino desiderio di redenzione, rimane il rientro nella gang.

Messo così alle strette, il ragazzo decide di concludere tragicamente, con un ultimo gesto clamoroso (che per lui è ormai l’unico possibile riscatto), il suo tentativo di tornare a vivere, ed essere ‘come gli altri’.

La storia, a suo modo minimalista, è raccontata con un tono di voce neutro, senza eccessi o drammatizzazioni: solo la colonna sonora interviene (a volte troppo), a sottolineare i passaggi narrativi determinanti. Spesso in soggettiva, altrimenti a camera fissa, il linguaggio visivo esclude così una drammatizzazione eccessiva, tornando sempre all’oggettività delle situazioni, dei dialoghi, delle azioni: queste ultime poi sono più spesso alluse che narrate, lasciando fuori così ogni possibile elemento di disturbo.

Mai disperato, ma senza troppe illusioni, Sweet Potato percorre così la sua traiettoria esistenziale, incrociando – ma sempre senza un vero contatto emotivo - una galleria di personaggi accessori che, quasi come mercatori di un percorso già delineato in partenza, lo spingono ogni volta un passo più avanti, verso una fine già scritta. Il film non bada troppo al contesto, alle ambientazioni più o meno caratterizzate, lasciandoci di base il ritratto di una vita sprecata. 

Ben recitato e diretto da Lee Hong-chi (Sweet Potato), Love is a gun lo scorso anno è stato premiato a Venezia (Luigi De Laurentiis Award).

Ripples (titolo orig. Hamon) 

Regia: Ogigami Naoko

Interpreti: Mariko Tsutsui, Muro Tsuyoshi, Noriko Eguchi, Hayato Isomura

 

Ripples, cioè increspature: sono quelle del giardino Zen di Yoriko, che la protagonista con amorevole cura ‘pettina’ ogni giorno, disegnando arabeschi nella ghiaia fine. E sono quelle che il mondo – a volte assai meno amorevolmente – disegna sulla sua vita. Un ritratto garbato e ironico del Giappone di oggi, nella cornice domestica d’una donna non più giovane ma sempre in cerca di serenità ed emancipazione.

Dopo l’abbandono del marito Osamu, che abbandona la famiglia in preda al panico per il disastro di Fukushima e le possibili contaminazioni, Yoriko ricostruisce una sua quotidianità, cercando un equilibrio interiore e riempiendo i vuoti affettivi lasciati dal marito e dal figlio, trasferitosi lontano per lavoro. 

Si affida così alla Green Life Water Society, una accolita di nuovi credenti che fa perno sulle presunte virtù miracolistiche – spirituali e non – di quell’acqua “santa”: benedetta dal Grande Maestro, imbottigliata e venduta dalla guida spirituale di un gruppo eterogeneo di adepti, l’acqua Green Life riempie così non solo la casa di Yoriko (vuotandole il portafoglio, bottiglia dopo bottiglia), ma anche il vuoto esistenziale che accompagna la sua menopausa.

Va avanti così, fino al sorprendente ritorno del marito: malato di cancro, quasi terminale, pur senza ammettere appieno le proprie colpe, implora e ottiene accoglienza e assistenza, anche economica, per le sue cure, prendendo di fatto il ruolo e il posto del proprio padre, il suocero di Yoriko, da lei curato in casa fino alla fine. 

Da qui in avanti un manipolo di personaggi entreranno e ri-entreranno – turbandola e obbligando Yoriko a confrontarsi con altri punti di vista, anche sulla sua propria vita, cambiandola e cambiando le abitudini che ormai incrostano la sua quotidianità, compresa l’appartenenza alla bislacca setta dell’acqua santa.

Entrano quindi in scena per primo Osamu, il marito già fuggiasco; il figlio Takuya, che le impone la scaltra fidanzata Noriko; e sul lavoro, l’amicizia casuale e spontanea con una collega del supermercato.

Fin qui il plot, a suo modo minimalista. Il film scorre in maniera piana, senza colonna sonora (salvo uno sporadico battimano che ritma i cambi di scena): nel silenzio, rotto solo dai dialoghi e dai rumori di scena, siamo così concentrati a interpretare noi, senza sottolineature o marcature d’atmosfera. 

Identificare e comprendere i codici sociali, ed espressivi, propri del Giappone, del contesto e della vicenda, non sempre è facile. Le emozioni ci sono, ma espresse per vie traverse, raramente esplicitate salvo negli scontri verbali con il marito. Traspare la carica vitale e ironica della protagonista di Yoriko, lo scompiglio che gli eventi portano nella sua tranquilla routine, da cui emerge il desiderio di far da sé, che culmina con l’abbandono della Green Life Water Society.

Colpisce poi il tema dell’acqua, che ricorre nella narrazione, con un preciso valore simbolico: l’acqua è ciò che può portare la vita o la morte (quando contaminata); l’acqua del tubo per innaffiare è l’innesco della fuga di Osamu; l’acqua “santa” della Green Life è il vettore delle nuove speranze di Yoriko, come anche il piccolo servilismo domestico del bicchiere in tavola, preteso da marito e figlio ai pasti. Acqua, come le increspature del giardino Zen da lei disegnate nella ghiaia. E, soprattutto, acqua come la pioggia liberatoria finale che (a ciel sereno) accoglie quella danza di flamenco, nel rosso che emerge (l’ombrello, il kimono che salta fuori dal kimono nero) dal lutto per la morte di Osamu.  

Ripples è così un racconto di emancipazione e di consapevolezza, di risoluzione e abbandono dei sospesi emotivi, dei conti aperti non tanto con il proprio passato, quanto con sé stessa. Confrontandosi con il maschilismo strisciante e con le barriere sociali della società in cui vive, Yoriko trova la sua strada, con eleganza e ironia.


Davide Benedetto