Kiyoshi Kurosawa, il Profeta della Solitudine

09/08/2026

Considerato uno dei maestri indiscussi del cinema giapponese contemporaneo, Kiyoshi Kurosawa ha saputo ridefinire le coordinate del genere horror, trasformando la paura e la tensione in strumenti di indagine filosofica e psicologica. Salito alla ribalta internazionale a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila come figura di spicco del J-Horror, il regista di capolavori quali Cure (1997) e Pulse (2001) va ben oltre le semplici convenzioni della suspense. Il suo cinema si distingue per un'estetica rarefatta, per l'uso di colori scialbi, desaturati, e per la gestione magistrale degli spazi angusti. Un senso costante di sotterranea inquietudine testimonia l'alienazione urbana, la solitudine della società post-moderna e la sottile, impercettibile linea che separa la realtà dal dissolvimento nella massa acritica, vittima di un pensiero depersonalizzante. Parliamo di un autore capace di svelare i demoni dell'animo umano con rara eleganza formale. 

Pietà, illusione e desiderio cinico di liberarsi dal fardello della coscienza, popolano i fotogrammi di Cure, trasportandoci all'interno della vita grigia di un detective, alle prese con un insolito serial Killer, non in grado di memorizzare gli eventi appena accaduti. La lentezza della narrazione e il continuo rimando a tematiche nichiliste ressero un film abbastanza inviso al pubblico, ma Kurosawa non si piegò alle facili critiche e propose, quattro anni dopo, quello che molti considerano il suo capolavoro, Pulse. Restiamo in una Tokyo desolata, fatiscente, ci aggiriamo fra personaggi disillusi, quando non disperati, vivendo con loro l'inizio della grande diffusione di Internet. Il web diventa popolare e, con esso, si sprigiona una letale insidia. Nella sua opera più significativa, Kurosawa porta l'allegoria dell'alienazione e del distacco emotivo alla sua massima conseguenza, esplorando altresì il problema drammaticamente diffuso del suicidio giovanile. Internet fallisce nel connettere i vivi, diventando un portale con il regno dei defunti. Mentre il mondo si rassegna a soccombere all'invasione inarrestabile di spettri, due ragazzi tentano un'improbabile fuga, nella speranza di preservare la propria umanità e di ritrovare un flebile ragione per vivere. 

Del 2006 è Retribution. Un detective che indaga sull'omicidio di una donna vestita di rosso (colore di contrasto presente in ogni pellicola del maestro) inizia ad essere perseguitato dal fantasma della vittima e a sospettare di essere egli stesso l'assassino. Il film, spettrale e angosciante, riflette sui sensi di colpa e sui rimorsi inespressi, così come sull'impermanenza identitaria di ognuno di noi. Cosa proviamo davvero? Chi siamo? E cosa saremmo se non fossimo ciò che crediamo di essere? Con questi quesiti potremmo riassumere la poetica di un cineasta mai alla ricerca del successo commerciale e che, assieme a Hideo Nakata, aprì al mondo le meraviglie e gli incubi di un goticismo esistenziale che, dal Sol Levante, è ormai entrato nell'immaginario degli amanti del brivido. Una cosa è certa: con Kyoshi Kurosawa non si salta mai sulla sedia, durante la visione, ma si resta svegli a lungo.

Carlo Baroni