... che Dio perdona a tutti
15/04/2026
di Pif
con: Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti

La forza della regia di Pierfrancesco Diliberto, Pif fin dal tempo delle Iene, risiede nella sua poetica dello svagato. PIF entra nelle pieghe della società non con il piglio del censore, ma con la curiosità di un moderno San Tommaso che osserva le contraddizioni del presente. Il tono scanzonato diventa strumento per disarmare lo spettatore: si ride dell'ipocrisia religiosa e sociale per poi accorgersi che si sta ridendo di noi stessi. Questo approccio trasforma tematiche “più impegnate” in una satira tagliente e accessibile, dove l’agnosticismo dell’autore si scontra con il desiderio universale di senso. Il percorso di PIF è una costante decostruzione dei poteri: se ne La mafia uccide solo di notte (2013) il mostro era il silenzio omertoso e in In guerra per amore era la politica corrotta, qui il focus si sposta sulla morale individuale. È fondamentale citare il “film fantasma”, E noi come stronzi rimanemmo a guardare: uscito nel limbo del post-COVID (inizialmente concepito per le sale ma penalizzato dalle chiusure), quel lavoro segna il passaggio definitivo di PIF verso una critica alla modernità. Se lì era l'algoritmo a schiavizzarci, qui è l'interpretazione distorta del perdono e della parabola del Buon Pastore a metterci a nudo. Il film poggia tutto sulla naturalezza della coppia protagonista e sulla caratterizzazione dei comprimari: Pif (Arturo) interpreta un agente immobiliare di Palermo, un uomo onesto ma “spiritualmente pigro”, la cui unica vera fede sono i dolci siciliani (cannoli, cassate e sciù alla ricotta); Giusy Buscemi (Flora) è la protagonista femminile: interpreta una giovane donna profondamente cattolica che sogna di aprire una pasticceria. È l'incontro con lei che spinge Arturo a intraprendere un improbabile percorso di "conversione" per amore, decidendo di vivere seguendo letteralmente i dieci comandamenti; Francesco Scianna (Tommaso) interpreta un ruolo chiave nella cerchia di Arturo, contribuendo alla dinamica comica, nelle scene calcistiche in modo particolare, e di riflessione del film. A differenza della pellicola precedente dove c'era un ologramma, qui il richiamo è molto più diretto, quasi un "omaggio affettuoso" alla figura di Bergoglio: nel film è presente un personaggio che incarna Papa Francesco (interpretato dall'attore spagnolo Carlos Hipólito). Arturo, nel suo tentativo estremo di capire cosa significhi essere un "buon cristiano", riesce a stabilire un dialogo con lui. L'ispirazione a Papa Francesco è evidente nei modi: è un pontefice argentino, accogliente, ironico, che parla in modo semplice e diretto. Arturo finisce per rivolgergli domande assurde (anche sui dolci), e il Papa risponde con la tenerezza e l'umanità tipiche del pontefice argentino, diventando per lui una sorta di guida esistenziale. Uno degli aspetti più preziosi dell'opera è il recupero della commedia siciliana, con personaggi alla Franco e Ciccio o Ficarra e Picone. Non è un dialetto siciliano “da cartolina” ma una lingua viva, masticata da un cast di caratteristi straordinari che danno corpo e voce alla strada, specie nell’incontro con il Santo Padre nella scena dell’arancina. Le figure di contorno, con le loro facce segnate e la parlata stretta, sono macchiette in quanto stereotipi di elementi vivi della sicilianità. Sono i custodi di una cultura antropologica che mescola il sacro e il profano con naturalezza; infatti l'uso del dialetto serve a radicare la storia; la lingua siciliana diventa il veicolo di una verità antica soprattutto in campo gastronomico e, al contempo, lo strumento per svelare i piccoli sotterfugi quotidiani. Il film è intriso di un'estetica che celebra la sicilianità nei suoi dettagli più sensoriali: la cultura è nei dialoghi come negli oggetti, nelle piazze e nelle vie di Palermo e, soprattutto, nella tradizione dolciaria. I dolci tipici diventano metafore della tentazione e della consolazione: quella "dolcezza" che serve a mandare giù le amarezze di una vita vissuta tra peccato e redenzione. Pif riesce a parlare di etica senza fare il prete, anzi, partendo da una posizione dichiaratamente laica che si galvanizza dopo l’incontro con Papa Francesco, a cui appartiene la battuta più riuscita della sceneggiatura tratta dal libro omonimo del regista. Il film usa la figura di Francesco per rappresentare una Chiesa che non giudica, ma ascolta anche chi è lontano o "distratto" come il protagonista. Il richiamo serve a Pif per mostrare che la fede, se vissuta con il sorriso e l'umiltà di Bergoglio, può parlare a chiunque, anche a un agente immobiliare ossessionato dalla dieta glicemica.
Voto: 8
Michela Manente