A cena con il Dittatore

09/04/2026

di Manuel Gomez Pereira
con: Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Exteandia, Oscar Lasarte

Ingredienti per una ricetta iberica d’antan, appassionata e coinvolgente: 
    • impastare un tot di Spagna franchista, annata 1939, con retrogusto di Nazione ‘pacificata’ (sotto il tallone del Caudillo Francisco Franco); 
    • aggiungere prestigioso hotel trasformato in ospedale da campo (e ritrasformato in salone per ricevimenti d’alto bordo); 
    • speziare con un tocco di classe, alias un director dell’Hotel Palace pronto a tutto; 
    • mescolare vivacemente con un equipo di prestigiosi cucinieri, sottratti in articulo mortis al plotone di esecuzione.
Servire con abbondanti colpi di scena (e di pistola), perché a cena c’è proprio lui, il Dittatore. 

La cena (titolo originale) è quella che, d’imperio e senza preavviso, un esausto tenente Medina deve organizzare – su espressa richiesta del Caudillo - al già prestigioso Hotel Palace, oggi sforacchiato dalle pallottole della Guerra Civil, e trasformato in ospedale di fortuna. 
Sua controparte, ma poi anche complice e non solo, è Genaro, inappuntabile direttore, senza macchia (ma invece sì) e senza paura, in grado di ricreare in poche ore la magia, il fascino e – soprattutto – l’eccellente cucina del lignaggio originale del Palace. 
Come? 
Confezionando con nonchalance un miracolo dietro l’altro, a cominciare dal salvataggio, letteralmente in extremis, della sua formidabile squadra di cucinieri d’assalto, tutti rigorosamente anti-franchisti (chi anarchico, chi comunista, in generale ‘rossi’) e tutti salvati all’ultimo minuto dalla fucilazione, tra cui per buona misura il giovane Angel, spacciato per prestigioso sommellier.
E così a seguire, trovando l’introvabile, facendo leva sulle sue conoscenze nel mercato nero e sulla “sua” cantina di pregio, e reclutando - malgrado l’opposizione del Medina - un’orchestra tutta al femminile. In una parola mobilitando, per degnamente festeggiare il Dittatore fascista e macho, una collezione di opposti e oppositori: comunisti, donne, borsaneristi.
Travolto dalle iniziative di Genaro e della bella Maria, ogni volta presentate come inevitabili, il molto virile tenente Medina, fedelissimo franchista (ma non della prima ora) oppone finché può il suo rigor militare alle pretese di Genaro, per finire sempre più coinvolto nelle trame che da subito iniziano a serpeggiare sullo sfondo, tra i cuochi comunisti che pianificano d’avvelenare il Caudillo e i suoi generali, le affettuosità a stento trattenute di Angel e Maria, e i progetti di fuga che cominciamo a prender corpo.
La cena scorre veloce, senza eccessi e senza cali di tensione, collezionando toni e nuances sempre misurate e garbate, con un plot articolato e coerente, a metà strada tra Fuga per la vittoria (Victory, 1981, John Huston) e Train de vie (1998, Radu Mihaileanu), coniugando la tragedia e la commedia, ma senza mai perdere mordente, e giocando a contrapporre, a quel poco di prevedibilità della vicenda, una serie di colpi di scena che spiazzano. 
L’ambientazione, curatissima fin dai titoli di testa, contribuisce alla naturalezza del contesto, proiettandoci immediatamente nel gioco dei caratteri e delle tragiche piccinerie di quegli anni bui, continuamente rimbalzando tra il comico e il drammatico, fino al colpo di scena finale.
Ottimi gli interpreti, grandi e piccoli, e tutti nella parte, senza eccessi né protagonismi, con tutte le sfumature dei personaggi che mettono in scena: un insieme davvero godibile.

Voto: 8,5

Davide Benedetto