Amarga Navidad
23/05/2026
di Pedro Almodovar
con: Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado, Milena Smit, Quim Gutiérrez

Il punto debole nei film di Almodovar, anche in quelli migliori e più amati, è una sceneggiatura ondivaga, che sembra troppo voler dire accumulando impressioni e sentimenti, e non saper andare in un punto preciso, con linearità, spesso cambiando direzione, faticando a trovare il suo filo conduttore e punto di forza. Questo è evidente più che mai nel suo ultimo lavoro, Amarga Navidad. Inizia raccontando di crisi di panico, elaborazione del lutto, ma non si capisce dove voglia approdare. Finché tutto non appare chiaro: siamo davanti a un film nel film e ciò che ci racconta è proprio la fatica, la difficoltà, del processo creativo.
Come in un gioco di specchi lo sceneggiatore protagonista, in crisi creativa, attinge dalla vita e dal dolore proprio e altrui per dipanare piano piano una storia la cui protagonista (la cui vicenda è ambientata vent’anni prima), anche lei regista in crisi (personale e artistica), attinge dalla vita e dal dolore proprio e altrui. Idea affascinante, ma il risultato è di un film riuscito a metà. Perché le storie raccontate non sono abbastanza forti da catturarci, perché troppo autoreferenziale, anche se spietato nei propri confronti, e perché con Dolor y Gloria, la sua summa artistica, Almodovar già aveva detto tutto, qui lo ripete senza lo stesso stato di grazia.
Così finisce che le critiche se le fa da sé quando allo sceneggiatore vengono rinfacciate le sue pecche, insieme a quelle umane: un personaggio chiave che compare oltre la metà del film, un personaggio che sembra essere protagonista di cui si perdono le tracce, non basta far commuovere davanti a Chavela Vargas che canta La Llorona per decidere di mandare a monte il proprio matrimonio, hai già parlato in due film della morte della madre perché parlarne ancora? Tutte cose che abbiamo appena visto nel film che lo sceneggiatore sta tentando di comporre, un film zoppicante dunque perché l’artista è troppo concentrato su se stesso. E per continuare con l’autocitazionismo ecco il rifugio-fuga nella Lanzarote de Gli Abbracci Spezzati, altro film sul dentro e fuori la finzione, il personaggio dello scrittore/sceneggiatore/regista sempre centrale e ricorrente nella sua opera, e il cameo di Rossy De Palma, immagine di quel periodo cinematografico di un Almodovar trasgressivo, eccessivo e scoppiettante di cui ormai si sono perse le tracce in un eccesso di misura.
Ma per raccontare la crisi artistica o si ha la genialità di realizzare Otto e mezzo o come in questo caso, duole dirlo, il regista rivela di essere davvero in crisi creativa. Forse era meglio se Almodovar avesse sigillato la sua carriera con lo splendido La Stanza accanto, algida elegia dell’affrontare la morte, se emotivamente non aveva altro da aggiungere.
Voto: 6,5
Gabriella Aguzzi