C’era una volta a... Hollywood

20/09/2019

di Quentin Tarantino
con: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Dakota Fanning, Bruce Dern, Al Pacino, Kurt Russell

Hollywood, 1969. Vengono a incrociarsi le strade di tre attori: il divo sul viale del tramonto Rick Dalton (L. DiCaprio), il suo stuntman Cliff Booth (B. Pitt) e la giovane Sharon Tate (M. Robbie), moglie del regista Roman Polański (R. Zawierucha). Rick, su consiglio di un manager (A. Pacino), valuta di trasferirsi altrove per risollevare la propria carriera, mentre Cliff conosce la giovane Pussycat (M. Qualley), amica del misterioso e carismatico Charles Manson (D. Herriman). Alla fine Rick decide di cercare fortuna in Italia e Cliff lo segue. Mesi dopo, i due tornano a Los Angeles; Sharon è incinta...
 Il nono film di Quentin Tarantino ha una lunga gestazione: il lavoro complessivo è durato circa cinque anni, e nel primo progetto era nientemeno che un romanzo. Il regista ha scelto poi di passare dalla cellulosa alla celluloide, forse perché non esisteva mezzo migliore per descrivere ciò che l’autore avesse in mente: una rievocazione della Hollywood di cinquant’anni fa, con le luci, le insegne, le colline, le automobili, i set che l’hanno resa riconoscibile anche a chi di cinema non ne mastica granché. È questo il primo punto focale dell’opera nona di Quentin Tarantino: il regista ricostruisce la zona più famosa e rinomata di Los Angeles rifacendosi ai ricordi di infanzia; è quindi complicato parlare di semplici “scampoli autobiografici” com’è stato possibile per i lavori precedenti. Ciò che vediamo sul grande schermo è pescato dalla prodigiosa memoria dell’uomo di Knoxville, che quindi firma la sua personale versione del meraviglioso “Roma” di Alfonso Cuarón e opta per un prodigare di suoni e immagini che rendano protagoniste del film anche le singole location, tutte prodigiosamente ricostruite senza computer grafica.
 La scelta del periodo in cui ambientare la vicenda non è casuale: il 1969 è stato un anno sovversivo per Hollywood... e non solo: lo sbarco sulla Luna, la scuola cinematografica di New York, i nuovi divi, l’ascesa hippy, Charles Manson. Un periodo di rivoluzione totale, vissuto diversamente da ogni singolo individuo. Nel complesso, i principali stati d’animo dominanti tra le persone furono tre, e ciascuno di essi trova rappresentazione in uno dei protagonisti del film: l’ansia (DiCaprio), la rassegnazione (Pitt), la speranza (Robbie). Se da un lato troviamo quindi due uomini poco propensi ad accogliere le novità che propone la Storia, dall’altra abbiamo una giovane Sharon Tate a rappresentare la fiducia nel futuro, la spensieratezza di fronte al rovesciamento delle situazioni.
 Da un certo punto di vista, Sharon è il personaggio sul quale Quentin ha lavorato di più nei dettagli e quindi vale la pena soffermarcisi maggiormente, perché Margot Robbie è assolutamente perfetta nei panni di un’attrice in rampa di lancio che sembra vivere sulle nuvole, completamente ignara delle malignità intorno a lei non a caso; il personaggio della giovane attrice è costruito su un’aura fanciullesca, innocente, quasi infantile, con sorrisi a trentadue denti e occhiali da vista che sembrano quelli finti a causa delle dimensioni. Rovescio della medaglia è il binomio DiCaprio-Pitt, finalmente forgiato dopo i falliti tentativi di Ang Lee e Martin Scorsese. I due divi si confermano sublimi nei loro rispettivi
repertori: al Rick Dalton di Leo tocca un set completo di sorrisi, pianti, urla, rabbia; il Cliff Booth di Brad è più dimesso, posato e imprevedibile, quasi un discendente del “Bastardo” Aldo Raine. Fa piacere, poi, rivedere il leggendario Al Pacino in un film degno di nota, ed è molto promettente la prova della giovane Margaret Qualley.
 Tarantino, attraverso la consueta padronanza totale del mezzo cinematografico, farcisce con un’ovvia profusione di stile (citazioni, omaggi vari) e tecnica (flashback, didascalie, voci fuori campo) un lavoro al tempo stesso nostalgico e malinconico: perché Quentin guarda con affetto a un’epoca che non c’è più, crollata sotto il peso del tempo, e sa che la sua ennesima rivisitazione storica degli eventi non cancella cosa effettivamente avvenne nell’agosto del 1969 a casa di Sharon Tate. È un film, però, che completa l’ideale trilogia iniziata con “Bastardi Senza Gloria” e proseguita con “Django Unchained”: il cinema non può cambiare la Storia ma può renderle giustizia, darle speranza per un mondo migliore; è la versione 2.0 di quel “cinema della vendetta” che Tarantino ha inizialmente analizzato con “Kill Bill” e “Grindhouse”. Prima Hitler, poi uno schiavista, infine la Famiglia di Charles Manson: non c’è pietà per chicchessia nell’universo tarantiniano.
 Siamo di fronte a una vera opera. Romantica perché è una lunga e sincera lettera d’amore al Cinema. Audace quando la descrizione delle circostanze sovrasta lo scorrimento degli eventi. Ipnotica grazie alla successione di luci e luoghi che ci passano davanti. Matura per la nonchalance con cui Tarantino mescola memoria personale, Storia e finzione. Così sublime da risultare a tratti indimenticabile: vuoi per la colonna sonora, per certe panoramiche di Hollywood, per gli excursus tra i film nel film, per il glamour dei due protagonisti, per Sharon Tate, per il folle finale. Il regista ha confermato di essere arrivato alla penultima pellicola; difficile che riveda la sua posizione, che è la stessa da anni. Sarà sicuramente complicato dover accettare, tra qualche tempo, il ritiro del ragazzo prodigio di Knoxville; immaginiamo però che tra altri cinquanta anni apparirà impossibile ignorare che “c’era una volta... Quentin Tarantino”, sogna(u)tore che con un pizzico di follia ha saputo spingere ripetutamente più in là i confini della Settima Arte.

Voto: 9

Matteo Tommasi