Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto

06/10/2021

di Riccardo Milani
con: Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Luca Argentero, Sonia Bergamasco

Quando due mondi distanti e antitetici collidono, le conseguenze possono essere devastanti o creative. Ma quando la collisione diventa collusione (nei confronti dello speranzoso spettatore), la stanchezza prevale e la noia è in agguato. Personaggi in cerca di trama, tentando di evadere (non sempre riuscendo) dalla trappola delle loro macchiette.
Il secondo atto del “gatto” si consuma così, un po' fiaccamente, seguendo le vicende di Monica (la Cortellesi, comunque in splendida forma) e Giovanni (un Antonio Albanese un po' appannato), che tornano ad “incocciarsi” casualmente, quando Monica finisce in carcere per il classico, inappuntabile ‘errore giudiziario’.
Ripresi accidentalmente i rapporti, sempre conflittuali ed effervescenti, grazie all’intervento salvifico di Giovanni, a Monica tocca la riabilitazione con i servizi sociali, in una parrocchia funestata dalla funerea Suor Catena (ma movimentata dall’atletico Don Davide, un Raul Bova molto fotogenico e poco più), mentre poco distante Giovanni cerca di inaugurare, tra i capricci degli sponsor, un centro culturale polivalente nuovo di zecca (ma sempre del colore sbagliato…).
Insomma il piccolo teatrino, sospeso tra periferia profonda e le anime belle della borghesia illuminata, è sempre lì, senza troppe novità, in fondo più rassicurante che provocatorio, con i suoi freak di borgata, le gemelle onorevoli cleptomani, la ex di Giovanni sempre più svampita (Sonia Bergamasco, molto godibile in un paio di gag riuscitissime), l’ex di Monica sempre più trucido (e ormai si scivola nel grottesco) e i due giovani figli emigrati a Londra.
Ormai il sapore è quello di una ribollita, piacevole e confortevole, ma senz’altro priva della freschezza e della spontaneità del primo film: non funzionano più il paradosso, lo scontro-attrazione, la scoperta della differenza (di classe, di linguaggio, di interessi, e di… spiagge), ci vorrebbe qualcosa di più, qualcosa di nuovo.
Invece i personaggi non crescono, non evolvono, rimangono più o meno inchiodati alle loro macchiette, ormai stereotipe e più o meno abbastanza divertenti. E non basta inserire o evidenziare ruoli nuovi: il personaggio di Don Davide rimane confinato nella banalità del prete-sociale, Luce (ex moglie di Giovanni) aggiunge un po' di leggerezza, ma non basta. E tutto resta sulle spalle della Cortellesi, brava sì, ma quando la sceneggiatura difetta…
Ci eravamo affezionati, inutile negarlo, alle storie ‘impicciate’ di Monica e Giovanni, a questa disperata e ostinata voglia di comunque comunicare e capirsi, scavalcando ribaldamente le distanze e le barriere (sociali e non), questo desiderio di stare insieme a dispetto di tutto, che stava sotto i tormentoni (formidabile il campanello di casa di lei che canta “Periferia…”), le gag e le battute (alcune fulminanti) del primo film.
E dispiace un po' che il seguito non sia all’altezza, anche se qualche risata (un po' deja vu) te la strappa: avremmo voluto che quella storia, ma soprattutto quello sguardo (ironico ma affettuoso, disincantato ma speranzoso) fossero durati un po' più di un gatto in tangenziale.

Voto: 7

Davide Benedetto