Foto di Famiglia

20/10/2023

di Ryta Nakano
con: Kazunari Ninomiya, Satoshi Tsumabuki, Jun Fubuki

Quanto è piccolo il mondo? Quanto una foto “20 x 30”, come ci racconta il bel film giapponese “Foto di Famiglia” del regista Ryôta Nakano, dal 19 ottobre nelle sale italiane. Basta e avanza quel tipo di formato per catturare l’anima di una famiglia particolare (e di molte altre in futuro), come quella dei quattro componenti della “Asada”, la madre Junko infermiera e unico stipendio che entra in casa fino a che i figli, il giovane protagonista Masashi e suo fratello maggiore Yukihiro, non saranno grandi. A tutti loro, fa da angelo del focolare a parti invertite un padre dolcissimo, disoccupato cronico, con un sogno da pompiere nel cassetto. Come a non realizzarsi mai è anche la speranza del maggiore dei due fratelli: divenire un pilota di Formula Uno. Allora, se il tutto non è potuto accadere nella realtà delle loro vite vissute, che cosa c’è di meglio di una foto che quell’immaginario lo metta all’opera visivamente, per ingannare ironicamente chi osserverà quelle immagini artefatte a secoli di distanza? Fin quando si è falliti veramente? Fino a che il caso non ti aiuta a essere qualcuno di diverso, scavando il talento sepolto in fondo alle tasche del tuo vissuto, dove mai ti aspetteresti di trovarlo, nel caso ti limitassi alla bussola dell’intelligenza razionale che non ha ancoraggi sufficienti e scandagli tanto profondi, per dare la risposta fondamentale nella vita di ciascun individuo: “Chi sono Io?”. 

Allora ecco che da una fatalità, da un gioco nasce una tradizione: costruire una sequenza di scatti della famiglia Asada in occasione delle ricorrenze fondamentali del gruppo, con i più impensabili travestimenti e pose astruse compatibili con un trittico a quattro e il tempo che passa, dall’adolescenza, all’età matura, alla vecchiaia. Dentro una cornice che muta senza mutare mai i suoi personaggi interni, cresce sulla roccia grezza un fiore coloratissimo: un amore fedele, fedelissimo che accompagna Masashi fin dall’infanzia e lo aspetta per aprirgli le braccia a Tokyo, la città più nevrotica e laboriosa del mondo. E una delle chiavi del film sta proprio in quell’amore che non chiede nulla ma sa dare tutto, in una ritualità che sconcerta qualsiasi occidentale per la raffinatezza di suoi contenuti, gli inchini, le parole avare, essenziali e appena sussurrate. Poi, il galoppo del talento che va sempre troppo veloce e confonde, per cui si ha bisogno di una sella e di tanto equilibrio, per poter diventare un fotografo professionista che vive del suo lavoro. E scoprire così che la tecnica “Asada” può essere estesa ad altre famiglie, studiate al loro interno in lunghe attese affinché le foto-ricordo, scattate decantando un pensiero e una conoscenza non superficiali dei suoi protagonisti, si impregnino come spugna di mare, e una volta per sempre, del carattere dei rappresentati, avvolti in luci, colori, ambienti naturali e domestici del tutto peculiari ai loro vissuti. 

E dentro la vita di Masashi c’è la storia del Giappone che soffre, colto all’apice del suo dramma collettivo, quando nel 2011 un terremoto di magnitudo vicino a nove gradi della Scala Richter sconvolge la terra e provoca un fortissimo Tzunami, facendo numerose vittime. Lì, per caso, il talento viene sfidato a mettersi in sonno, costretto ad abbandonare l’Ego per una missione umilissima: recuperare a nuova vita molte migliaia di foto avvolte nel fango, affinché per ciascuna di loro ci siano occhi familiari rimasti soli e avidissimi di ricordo: “com’era mia figlia?” “e  mia moglie?” “e mia madre e i miei fratelli?”. Ecco: tanta umanità dolente che passa lungo quei corridoi scolastici di un insediamento sopravvissuto alla distruzione e alla furia dell’acqua, per trovare un brandello fotografico del proprio passato da riportare a casa, anche se si è rimasti figli della strada perché tutto ciò che si aveva è andato distrutto. L’Amicizia è l’altro caposaldo di questo film: si inizia con una carriola di fortuna e un banchetto messo su con quattro assi, per depurare, collocare, catalogare eventi privati di persone che non si conoscono e non si conosceranno mai. Ma, ciò che conta è tirare su ancora una volta le funi di un ponte sospeso sul passato, inginocchiato provvisoriamente sulle acque turbolente e limacciose di un fiume esondato, affinché qualche passo perduto rientri in sé rivivificato dal ricordo e dalla consolazione iconografica. Per dire che sì, un giorno felice questo noi effettivamente fummo. 

Tutto è caso: gli incontri; i premi fotografici inaspettati figli di quegli incontri; anonimi lettori che ridono di gusto vedendo l’album degli Asada, una famiglia speciale che ha trovato il piacere di sorridere di se stessa, per regalare un sorriso agli altri. Il mito del perenne nullafacente Masashi che guarda il moto ondoso immortale e mai quieto, con una lenza e un amo sospeso che come, lui, il fannullone, non vogliono preda ma solo sapere di essere bagnati nel liquido amniotico infinito della vita in tutte le sue forme, come la pioggia di petali dei ciliegi in fiore che cade su di una famiglia felice, e tutto dice con quel moto di gravità sull’anima gentile e struggente del Giappone. 

Voto: 8

Maurizio Bonanni

La cinematografia nipponica non è nuova, segnatamente nella commedia, a riproporre quegli stilemi che l’hanno resa amata nel mondo. Questo è il caso di Foto di famiglia (浅田家!, “Asadake!”, 2020) di  Ryōta Nakano, un autore poco o nulla conosciuto dal pubblico e dalla critica occidentale. La sua pellicola pare, in alcune parti, riecheggiare autentiche perle della animazione del Sol Levante, come: Maison Ikkoku (めぞん一刻, “Mezon Ikkoku”, 1986 – 1988) serie tratta dal meraviglioso manga omonimo di Rumiko Takahashi, e I miei vicini Yamada (ホーホケキョとなりの山田くん, “Hōhokekyo tonarino Yamadakun”, 1999) diretto da quell’Isao Takahata, noto per essere l’anima, assieme a Hayao Miyazaki, del celeberrimo Studio Ghibli. A somiglianza della prima opera, il film di Nakano offre un intrigante affresco della quotidianità dei giapponesi, perlopiù con scene di interni; mentre in relazione alla seconda, invece, assistiamo alle a dir poco strambe abitudini di un vivace nucleo familiare, ossia, gli Asada, ognuno dei quali serba un sogno nel cassetto che non ha esitato ad accantonare: il padre avrebbe voluto fare il pompiere, il fratello maggiore il pilota di Formula 1 e la madre si è sempre immaginata come la moglie di un gangster della Yakuza! Masashi, il figlio minore, grazie al suo talento per la fotografia, sembra trovare l’escamotage per realizzarli, ritraendo i propri cari nei panni dei più svariati e divertenti personaggi (politici, supereroi, ecc.). Tuttavia, la sua promettente carriera di fotografo professionista subisce una battuta d’arresto quando la regione settentrionale del Tōhoku viene colpita dal drammatico terremoto e dal maremoto dell’11 marzo 2011. Intenzionato a fare qualcosa di utile, Masashi si unisce a un gruppo di volontari che prova a recuperare le foto e gli album di famiglia andati dispersi tra le macerie dopo il crollo delle case, per restituirli ai proprietari.

Foto di famiglia racconta una peculiare storia vera, quella per l’appunto di Masashi Asada, che, grazie al potere della fotografia, in grado di cristallizzare singoli istanti dell’esistenza umana in fondo rendendoli veri per sempre, ha riportato il sorriso sui volti di molte persone. Costui è riuscito a guadagnarsi una certa notorietà in Patria, specializzandosi in curiosi ritratti di nuclei familiari, aventi come scopo proprio quello di carpirne l’essenza per mezzo di un unico scatto. 

Nakano confeziona una trama girata nella tipica maniera della succitata commedia giapponese, in cui i momenti surreali o goffi sono cadenzati da una colonna sonora un po’ scontata, benché efficace. Invero, al di là di alcuni spunti interessanti, Foto di famiglia, col suo incedere rilassato e punteggiato di volta in volta dalla “intima” e ingenua comicità nipponica, rimane nell’alveo della convenzionalità; anzi, si potrebbe quasi affermare che è proprio la convenzione il suo vero obiettivo! Sarebbe a dire, che il proporre la famiglia in modo quasi icastico, alla stessa stregua di un microcosmo monolitico, sembra tradire la volontà di incoraggiare una concezione di famiglia ove è dominante il suo essere “istituzione”, e della quale si può solo essere membro, ma mai protagonista. Ecco, riteniamo che questa patina vagamente ipocrita che cela la verità e la complessità del nucleo familiare, segnatamente in un contesto sociale sovente spietato come quello giapponese, costituisca il principale limite di questo film, il quale si presenta di qualità formale essenzialmente gradevole e a tratti pure divertente, specie nella prima metà. Difatti, un’altra debolezza della pellicola la si individua nella durata (127 minuti) eccessiva se rapportata a una vicenda sostanzialmente ripetitiva e che si sarebbe dovuta esaurire in minor tempo. Inoltre, la parte riguardante la permanenza di Masashi nelle zone colpite dal disastro naturale scade nell’esiziale errore di fare quello che sogliamo definire: due film in uno, confondendo lo spettatore per via di una improvvisa cesura visiva e narrativa.  

In sintesi, risulta abbastanza lodevole l’idea di voler rappresentare in uno scatto i sogni delle persone, nonché il ricordarci il valore delle foto cartacee, non “salvabili” e, pertanto, frammenti insostituibili della nostra memoria. Un bel messaggio, altamente condivisibile nella avvilita era attuale, ove si preme in modo compulsivo il pulsante di un telefonino, per ottenere soltanto quello che il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard acutamente definì un “simulacro”. Malgrado la pellicola di Nakano sia indubbiamente capace di suscitare diversi momenti di piacevole ilarità, il messaggio che essa propone ci ha lasciato qualche dubbio: tutto troppo buono, bello… perfetto. La famiglia si impone come una sorta di spugna che assorbe e cancella i veri volti dei suoi componenti, giacché non importa la identità individuale di ciascuno, si è solo, ad esempio, un Asada, come, del resto, è chiaramente esplicitato nel titolo originale dell’opera.

Voto: 6,5

Riccardo Rosati