Generazione Low Cost

13/05/2022

di Emmanuel Marre, Julie Lecoustre
con: Adèle Exarchopoulos, Mara Taquin

Cassandre lavora (e vola) per la Compagnia, ma in fondo vive, per la Compagnia. Incapace di fare i conti con il proprio passato e con le proprie emozioni, vive come in un giorno solo, sempre frenetico, ma sempre uguale.
La Compagnia è esigente, incalzante: più vendite e meno emozioni. I continui controlli incrociati sull’operato (e sul fatturato) a bordo, il rilancio continuo degli obiettivi di budget, l’avanzamento di grado imposto anche se sgradito, con il conseguente addestramento (o indottrinamento) tecnico ma soprattutto psicologico, tutto intorno a Cassandre si stringe in un meccanismo inarrestabile, dove non c’è spazio per essere se stessi.
Non c’è spazio per le emozioni, né dentro né fuori del film: Cassandre è deliberatamente ed esplicitamente chiamata a non avere proprie emozioni, ad essere impersonale, rassicurante, efficiente (anche e soprattutto come venditrice). E così anche il film (cioè la sceneggiatura, la regia, l’interpretazione) compie la stessa scelta.
Il film è quindi quasi un documentario: dettagliato, minuzioso, efficace nel rappresentare il quadro di un sistema che, insinuante e pervasivo, lentamente opprime prima, e assimila poi, trasformando giovani uomini e giovani donne in semi-automi, anime alla deriva, a diecimila metri d’altezza, che quando scendono a terra non hanno, inevitabilmente, legami, relazioni, una vita propria insomma.
I mezzi (narrativi) coincidono quindi con la narrazione stessa: per la protagonista, nel film, non c’è evoluzione, percorso, vicenda, plot, perché la sua storia è la mancanza di una storia. Vola e va dappertutto, ma non può andare da nessuna parte.
Cassandra di fatto non può (e non vuole) vivere le proprie emozioni: i codici di comportamento non prevedono spazi (o sprazzi) di umanità, per le emozioni, così queste restano completamente tagliate fuori dalla narrazione, che ne risulta – volutamente ma fastidiosamente - distaccata, asettica, algida. Fino a che….
Fino a che il rientro in famiglia, accanto al padre e alla sorella minore, diventa l’occasione per rallentare e forse fermarsi, per fare i conti con le emozioni, con l’elaborazione di un lutto drammatico, con la propria – fin là volontà di fuga. Non per questo cambiano i toni del narrare, ma solo il ritmo, più lento, quasi assopito.
Non è dato sapere quali scelte farà Cassandre, cosa l’aspetta dietro l’angolo (o dopo il prossimo volo): questo film non vuole avere una conclusione, e neppure vi allude: se non c’è storia, non c’è finale, con buona coerenza.
Generazione low cost è un film ‘fastidioso’: immerso in un realismo sbiancato, frammentato e atemporale, deprivato di una trama e prosciugato delle emozioni, fa il suo mestiere anche troppo onestamente: provoca. Provoca riflessione, provoca perplessità, provoca – al limite – rigetto. Ma è senz’altro un film onesto, lucido. Allo spettatore richiede pazienza (finalmente!), immaginazione, una buona dose di empatia (tutta quella che manca in scena, almeno).
E tutto considerato è anche un film onesto: scombina i giochi e le aspettative (dov’è la storia? dove le emozioni?), rischiando il rifiuto, ma usa tutto quel che ha – per esempio un’ottima Adèle Exarchopoulos, e una conoscenza quasi sospetta dei meccanismi interni delle low cost – per raccontare non cosa succede, ma com’è la realtà di quel mondo patinato, ma in realtà molto logoro e logorante.

Voto: 7

Davide Benedetto