Gioia mia
25/08/2026
di Margherita Spampinato
con: Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina Ziami, Camille Dugay Comencini

Il cinema italiano ha spesso raccontato lo scontro generazionale tra Nord e Sud, ma Gioia mia — brillante opera prima di Margherita Spampinato — riesce a trasformare uno spunto classico in un racconto intimo magnetico e in molti punti avulso dalla retorica. Premiato al Festival di Locarno e vincitore di due David di Donatello (Miglior regia esordiente e miglior sceneggiatura), il film si distingue per la grazia con cui affronta il tema dell'incomunicabilità e del dolore anche tra generazioni diverse.
La trama segue il giovane Nico (un bravissimo e naturale Marco Fiore), strappato alla sua routine iper-connessa del Nord Italia e catapultato in un'estate siciliana afosa, immobile e priva di Wi-Fi. A riempire le sue giornate c'è zia Gela, interpretata da una straordinaria Aurora Quattrocchi, figura di devozione e tradizione che divide il suo tempo tra il letto da rifare con cura, i santi e Cristo appesi alle pareti, il ventaglio in perenne movimento e un vivace coro di anziane amiche pettegole. La macchina da presa "pedina" costantemente i due protagonisti dentro un vecchio appartamento saturo di ricordi, risate e notti insonni a causa di strane presenze in casa. Da una parte la diffidenza di Nico, con la faccia schifata davanti ai cannoli perché rifiuta la ricotta; dall'altra le preghiere, le parmigiane e il continuo chiamare "Nico!" tra le stanze da parte di zia Gela. Tra battibecchi, dispetti e risposte per le rime, il muro tra i due crolla gradualmente. Il ragazzo entra in contatto con i nipoti delle altre signore/zie e impara a percepire il peso del tempo, mentre la zia ritrova un frammento della vitalità giovanile.
Spampinato gioca con consapevolezza sui cliché della cultura siciliana — il cibo, la religiosità casalinga, persino le storie di fantasmi e spiriti maligni che popolerebbero il palazzo — ma li usa come sfondo scenico. Il vero cuore dell'opera risiede nell'ombra di un dolore inspiegabile e in piccoli segreti inconfessati che uniscono il ragazzo e l'anziana donna e si nascondono nelle scatole dei ricordi e delle fotografie. È proprio nell'accettazione di questa ferita comune che la diffidenza diventa profonda intesa. Gioia mia è un'opera delicata che non ha bisogno di artifici per colpire: parla con forza delle nostre radici e della cultura italiana, lasciando nello spettatore un'impronta impercettibile e duratura.
Voto: 8
Michela Manente