Gli occhi degli altri

20/03/2026

di Andrea De Sica
con: Filippo Timi, Jasmine Trinca, Benedetta Porcaroli, Vincenzo Crea, Giulio Pranno

Il terzo lungometraggio del rampollo della famiglia di artisti del cinema De Sica riproduce i tempi e gli ambienti in cui era vissuto il più famoso di loro, il nonno Vittorio, a cui Andrea De Sica, coautore anche della sceneggiatura, fa un omaggio musicale, facendoci riascoltare la sua canzonetta del 1932 “Parlami d’amore, Mariù”.
“Gli occhi degli altri” infatti copre un arco temporale di un decennio, tutti i patinati anni ’60, e si conclude esattamente la notte di Capodanno del 1970. Il film si ispira liberamente al delitto Casati Stampa che scosse profondamente l’opinione pubblica dell’epoca, non solo per l’importanza delle figure nobiliari coinvolte, ma anche per la morbosità dei dettagli, infatti qui la fa da padrone la triolagnia del marchese, parafilia per la quale l’uomo trae piacere dal vedere la propria compagna fare sesso con altri.
Il film si apre con lo sbarco sull’isola di Ponza, idealmente proprietà privata del marchese Lelio (Filippo Timi, impeccabile), del necessario per il sontuoso ricevimento serale, occasione in cui incontrerà l’attraente moglie di un “mutandaro” arricchito che resterà poi a letto malato fino alla ripartenza di due giorni dopo, lei viene prontamente definita “arrampicatrice sociale” dalle solite malelingue, ma di fatto, il giorno dopo, in una scena banalotta durante una battuta di caccia, già sembra starci quando il marchese le spiega esplicitamente come si imbraccia una doppietta: “Deve diventare un tutt’uno con il fucile”. Quella sera stessa lei apparirà in presenza del nobile anfitrione in négligé semitrasparente per vedere la sua collezione di animali impagliati (c’è mancato poco fossero farfalle!) e là si consumerà il tradimento, da parte di entrambi già sposati, davanti agli occhi del tuttofare della villa, nascosto dietro una parete ma scorto comunque, configurando il primo caso della pellicola di triolismo, altra parafilia in cui l’osservatore invece è esterno alla coppia. Iniziamo a comprendere il titolo scelto.
L’ultima delle trovate banali è il sogno del latte che le colava fra le dita riferito sulla via del ritorno dal marito sfebbrato alla traditrice Elena, interpretata da una splendida Jasmine Trinca: “Beata te” ha l’audacia di concludere. Ed effettivamente così sarà, tre anni dopo infatti lei sarà divorziata e risposata addirittura in chiesa, cosa rarissima a quei tempi, con il marchese. Ben presto però i bei tempi di passione iniziale tramonteranno, transizione riassumibile con la massima di Lelio stesso: “Il pudore è soltanto un’invenzione dei piccolo-borghesi”, infatti l’immagine che accompagna questa recensione è iconica, l’ultimo momento di felicità di Elena, in quanto quella gita a due in motoscafo si allarga ben presto a nuovi ospiti e sarà solo il primo episodio di una lunga serie che porterà la coppia allo sfascio, dopo che durante il simposio più triste che si possa immaginare, il “nobile” proporrà alla sua servitù l’acquisto del loro nascituro.
Le feste meste riecheggiano vagamente i toni e i temi de “La grande bellezza”, nell’ultima di Capodanno il marchese invita la moglie e il suo nuovo giovane amante senza dirgli che è a tema, loro tre sono gli unici vestiti in abiti civili, a rimarcare maggiormente la solitudine dei protagonisti e il ruolo della folla di mera osservatrice.
Continuo a battermi contro l’inflazione di sottotitoli nel cinema italiano contemporaneo, questa volta utilizzati totalmente a sproposito quando i personaggi parlano un perfetto italiano e l’audio della scena è udibilissimo. A parte questi dettagli, promuovo l’opera a pieni voti. 

Voto: 7,5

Fabio Giagnoni