Il libro delle soluzioni

30/10/2023

di Michel Gondry
con: Pierre Niney, Blanche Gardin, FranÁoise Lebrun, Frankie Wallach, Camille Rutherford, Vincent Elbaz, Mourad Boudaoud, Sting

Probabilmente Michel Gondry è più famoso grazie ai suoi avanguardistici videoclip musicali che a causa dei suoi film per molta gente; c’è da sottolineare però che anche la sua carriera cinematografica svettò quasi subito con una pellicola fulminante quale Se mi lasci ti cancello, in cui recitavano molto bene due splendidi Jim Carrey e Kate Winslet. Questo titolo assolutamente repulsivo fu una sciatta italianizzazione - come accade troppo spesso nella distribuzione nostrana - del sublime nome originario del film: Eternal sunshine of the spotless mind (traducibile come Eterna luce del sole della mente candida, verso del poema Eloisa to Abelard di uno dei maggiori poeti inglesi, Alexander Pope: doppio sfregio, quindi). Anche il successivo L’arte del sogno fu qualcosa di totalmente e gioiosamente fuori dagli schemi, motto non detto a cui il regista francese ha votato la sua intera carriera artistica, poi il suo lavoro è stato man mano inghiottito nel sottosuolo, come un fiume carsico, anche per colpa di aspirazioni a blockbuster di stampo beceramente americano come The green hornet.

Sulla sua ultima fatica c’è innanzitutto da dire che è sicuramente autobiografica, sempre a modo suo, s’intende. Una rivisitazione surreale della sua vocazione cinematografica allo scoccare dei sessant’anni, dedicata alla memoria della zia, Suzette Gondry, che ne Il libro delle soluzioni è incarnata dal personaggio della zia del regista, Denise, la cui storia aveva già raccontato ne La spina nel cuore (2009), mai uscito nelle sale italiane.

Non è che si sentisse proprio il bisogno dell’ennesimo film metacinematografico, soprattutto estremamente ego-riferito come risulta questo, in cui la zia è chiaramente la zia, il regista è chiaramente il regista e non ci risparmia nessuna delle proprie pretese o reali nevrosi e psicosi, a partire da un’irascibilità che lo porta a distruggere una quantità di oggetti non suoi e a litigare con chiunque (tranne che con la zia, c’è da rimarcarlo) tanto da arrivare a dire di se stesso: “Ero diventato una fabbrica di scuse” per poi scusarsi per delle scuse in cui s’arrabbia, passando per un’iperattività spesso sterile, anche se con colpi di genio surreali come il “camiontaggio” o l’improvvisazione a direttore di un’orchestra di 50 membri da lui diretta con gesti codificati sul momento. Infatti la musica è uno dei pezzi forti dell’opera, anche Sting fa un cameo divertente, e comunque ciò che salva parzialmente questo biopic surreale è il solito rapido teatro dell’assurdo costruito anche attraverso un bricolage alla art attack per adulti, marchio di fabbrica di Gondry. Forse uno dei messaggi più positivi che si può trarre dalla condizione precaria del protagonista è che l’utilizzo di psicofarmaci ti spegne e annichilisce la creatività, in questo nostro mondo occidentale sempre più dipendente e disperato.

A riportare invece in basso la mia valutazione è il protagonismo del pensiero (non della parola o dell’azione) di questo regista eufemisticamente borderline: esso contraddice la velocità della recitazione e rende la pellicola didascalica, difetto da evitare soprattutto in casi come il presente.

Sul finale, il successo di pubblico (pio desiderio?) alla prima in contrapposizione col regista che sprofonda nella poltroncina sarebbe da far analizzare più da uno psicologo che da un critico cinematografico, ognuno può vederci quel che vuole, personalmente reputo che Michel stesso creda che questo suo ultimo film sia un fiasco e dato che narra di sé, vorrebbe essere una sorta di autocritica, addirittura inconscia magari. Ai posteri, ma soprattutto al pubblico vero, l’ardua sentenza.

Sembra insomma che manchi la conclusione di questo libro delle soluzioni; certo: siamo umani e nessuno ha tutte le soluzioni, ma un’opera d’arte incompiuta è sempre un peccato.

Voto: 5,5

Fabio Giagnoni