Il meglio deve ancora venire

22/09/2020

di Alexandre de la Patellière, Matthieu Delaporte
con: Fabrice Luchini, Patrick Bruel, Zineb Triki, Pascale Arbillot

Le commedie francesi raramente deludono. Ma altrettanto spesso non stupiscono nell’altro senso. Questa volta Il meglio deve ancora venire ha centrato il bersaglio essendo un’opera sull’amicizia che apre il cuore e regalandoci un finale commovente che fa parlare i morti e giustifica il titolo allo stesso tempo. I registi e sceneggiatori Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière, entrambi classe ’71, avevano già collaborato in Cena tra amici: si percepisce la loro confidenza, analoga a quella di Arthur (è sempre un piacere rivedere Fabrice Luchini) e César (scavezzacollo attempato interpretato magistralmente da Patrick Bruel), i due protagonisti del film, legati da un’amicizia talvolta sofferta, ma profonda. Quando uno dei due viene a sapere che l’altro ha un grave male, riprende a fumare dopo vent’anni che aveva smesso, a parti invertite l’amico chiede consigli di carattere religioso a un prete cattolico in chiesa, una delle scene più gustose di tutto il film, anche se forse quella della lezione di corteggiamento nel ristorante interrotta da un cameriere omofobo è addirittura superiore per via del fatto che si passa dal sorriso all’indignazione in un attimo.
A unire i due è anche la figura di Randa, che li aiuterà a ricucire in un momento di crisi, peraltro già parte integrante della vita di Arthur che è un professore pignolo mal sopportato dalla figlia e dalla ex moglie che lo lasciò spiattellandogli in faccia una realtà pesante: “Ti amo molto ma non abbastanza da sopportarti”.
Il lungometraggio s’inscrive nel filone dei buddy movies crepuscolari alla Non è mai troppo tardi con annessa bucket list, lista dei desideri abbastanza strana quella di Arthur, tanto strana che per far contento il sodale, César gli prometterà “rileggiamo Proust in latino” (sic!). Effettivamente è lui quello più divertente della coppia: “Pensi che ti facevo fare 7000 km per vedere uno che fa yoga?”, scherza quando Arthur si genuflette davanti a un santone indiano.
I temi affrontati sono tanti e trattati in maniera non scontata, questo rende la commedia meno classificabile del previsto, forse tragicommedia sarebbe termine più appropriato, se nel nostro Paese non avesse caratteristiche fin troppo ben definite. Amicizia ovviamente, ma anche malattia e morte, amore, tradimento, famiglia, ironia, amarezza, rapporto con i genitori e col mondo del lavoro da una parte e dell’avventurismo dall’altra. Tocca quasi tutto e resta lo spazio per un viaggio al termine della vita e lo scavo interiore che è insito in un percorso simile. Si va oltre le risate veicolate da alcune battute fulminanti e dal sottofondo di commedia degli equivoci che pervade tutta la pellicola, riflessioni profonde vengono ispirate soprattutto dai rapporti familiari, elucubrazioni sulla solitudine e la finitezza della vita, ma anche scorci sulla speranza e la leggerezza. Opera pesante e leggera al contempo, dal mio punto di vista pienamente promossa.

Voto: 7,5

Fabio Giagnoni