Il suono di una caduta
23/02/2026
di Mascha Schilinski
con: Hanna Heckt, Lena Urzendowsky, Susanne Wuest, Luise Heyer, Filip Schnack, Lea Drinda

La regista berlinese Mascha Schilinski è al suo secondo lungometraggio ma se il primo “Die Tochter” è noioso come questo “Il suono di una caduta”, nelle sale italiane a partire dal 26 febbraio, temo che non mi prenderò la briga di andarlo a ricercare.
Abbiamo a che fare con un film storico atipico, la cui ambientazione lontana nel tempo, ma che progressivamente si avvicina al presente, in una campagna tedesca profonda, è utilizzata più come espediente per narrare una certa rudezza di modi e mancanza di socialità che determinati avvenimenti distanti nel tempo.
Erika è senza una gamba e deve badare ai porci, in più d’un senso. Sono presenti inquietanti foto di morti in bianco e nero, ma il vero protagonista è il silenzio che se lo diventa in una pellicola di più di due ore e mezza, si fa assordante. Silenzi comunque espressivi, che entrano in riverbero con la terra.
I personaggi sembrano abbandonati a se stessi, a passioni tristi, come le avrebbe chiamate qualcuno più saggio di me, a volte violente, ma non si tocca solo il tema della bestialità dell’uomo (anche accostandolo fisicamente alle ignare bestie), ma anche della metempsicosi, della liquidità dell’identità, spesso i personaggi stessi sono fuori focus.
“Sono io in quelle foto, con gli occhi chiusi? Chi è quella donna dai due volti che si occupa del mio corpo incosciente?”. Questo è solo quello che sembra chiedersi una delle protagoniste del primo blocco temporale, suggerendo che la traslazione di coscienze non abbia un inizio né una fine. Altri temi forti, rapportati alla nostra realtà, sono la sicurezza sul lavoro, l’irriconoscibilità di realtà, vagheggiamento e incubo e l’attrattiva dell’inorganico, pulsione già così precisamente definita da Freud.
Certe scene del ripreso sono intuizioni anche fotograficamente forti, come quando si beve il contenuto di un ombelico. A tratti fastidioso, come il titolo originale tedesco riportato da alcune fonti che si traduce come “Guardando il sole”.
Forse uno dei lati più apprezzabili del film è la musica e una certa attitudine nella messa in scena alla “Donnie Darko”.
Pellicola non per tutti gli stomaci, di certo non per chi non apprezza particolarmente il cinema sperimentale e probabilmente anche in quel caso, bisogna apprezzarlo davvero tanto.
Voto: 5
Fabio Giagnoni