Maigret l’amore e la morte
21/09/2026
di Pascal Bonitzer
con: Denis Podalydès, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob

Maigret muove quietamente i suoi passi tra vecchie storie d’alta borghesia, segreti mai stati tali ed epistolari assai poco peccaminosi: sembra quasi di sfogliare un album di famiglia, tra le istantanee un po’ sbiadite di antiche passioni e tradimenti seriali. Ma orientarsi senza far danno in ‘quell’ambiente’, tra gli alti papaveri della Repubblica e le nobil donne sfiorite ma non dome, non è facile per il commissario, mentre fioriscono gli alibi e un sospettato dopo l’altro esce dal radar.
Forse che il movente va cercato tra le centinaia di lettere scambiate dal morto con la sua amante platonica? Forse invece nelle pieghe di una vita troppo avventurosa? E la famiglia di lui, cosa sa e cosa tace? E quella governante – anche troppo fedele – come mai non ha sentito i colpi sparati in casa?
Se per un investigatore la lentezza è virtù, qui siamo quasi alla santità: piano pianissimo, Maigret vede tremare e crollare un’ipotesi dopo l’altra, e quasi sembra limitarsi a prendere atto che la Realtà sta togliendogli di mano le carte, senza riuscire neppure a intravedere se c’è un disegno dietro quella morte rimasta senza risposta.
Va detto che la cosa che colpisce quasi subito nel film è la scelta del taglio: l’ambientazione è accuratamente riportata all’epoca del ‘vero’ Maigret, toni, dialoghi, interni domestici e non, uffici e persino la casa (e la moglie) del commissario, tutto “parla” Anni Sessanta. La scelta delle inquadrature (strette, mai panoramiche), il tono dei dialoghi, il ritmo, l’onnipresente pipa fumante, che qui è usata quasi come promemoria: per citare Magritte “ceci n’est pas une pipe”, questa non è una pipa, questi è Maigret.
Eppure… eppure compaiono telefoni cellulari, notebook, poliziotti e investigatori neri, si cita internet, insomma una sorta di anacronismo carsico che qua e là riaffiora, percola, traspira. E un po’ disturba, perché più che una nota stilistica sembra un rappezzo: un Maigret dei giorni ‘suoi’, però con una spruzzata dei giorni ‘nostri’, tanto per gradire.
L’aggiunta di un paio di quadretti domestici (interno parigino piccolo borghese, con moglie comprensiva) confermano la sensazione che il buon Denis Podalydes (Maigret), praticamente l’unico in scena con Dominique Reymond (la governante), si presti rassegnato e un po’ fiaccamente a un gioco di imitazione, a una camera d’eco che ripete lo stereotipo, senza aggiungere nulla né al personaggio né al senso della storia originale (Maigret et les vieillards, ben il cinquantesimo romanzo di George Simenon).
Quanto alla conclusione (più un non-finale che un finale), l’epilogo ricorda certi rattoppi mal riusciti, un po’ sbiechi e raggrinziti…e dire di più sarebbe spoiler.
Rinunciabile, ridateci Gino Cervi
Voto: 6,5
Davide Benedetto