Parasite

11/11/2019

di Bong Joon-ho
con: Song Kang-ho, Lee Sun-gyun, Jo Yeo-jeong, Choi Woo-shik, Park So-dam

La crisi non morde solo a Occidente, anche la vivace e avveniristica economia coreana (del Sud) miete le sue vittime fra i meno abbienti con scarse speranze di emancipazione.
La famiglia del signor Ki (interpretato da Song Kang-ho) è composta da marito, moglie e due figli; i quattro vivono in uno scantinato con finestra a livello strada dalla quale ogni sera sono costretti ad assistere a scene indecorose di gente ubriaca che vaga per quei vicoli e spesso si ferma a orinare proprio in quell'angolo.
I figli, la bella Ki-jeong (Park So-dam) e il gentile Ki-woo (Choi Woo-shik), sono ragazzi pieni di talento e buona volontà ma non possono pagarsi gli studi e si arrabattano assieme ai genitori a fare lavoretti di bassa manovalanza e mal pagati come quello di piegare i cartoni delle pizze.
Un giorno però la fortuna bussa alla porta della famiglia Ki nelle vesti di un amico  universitario di Ki-woo. Il giovane si appresta a un viaggio di studio all'estero e poiché dà ripetizioni di inglese a una liceale di famiglia più che agiata, vuole passare questo impiego al suo amico, che in inglese è anche più bravo di lui, in più vorrebbe che questi gli tenesse d'occhio la giovanissima allieva della quale è innamorato. 
Per rafforzare il gesto di amicizia e fiducia lo studente regala alla famiglia una pietra decorativa a forma di montagna, un pezzo da collezione del tutto fuori contesto nel povero tugurio dei Ki e che tutti fanno finta di apprezzare.
È l'opportunità che mancava da tempo, Ki-woo indossa gli abiti migliori, prende il suo zainetto e si presenta alla residenza della ricca famiglia Park.
La villa è nella parte alta della città, sul fianco di una collina verdeggiante dalla quale si respirano pace e aria pulita. Viene ricevuto da una governante sorridente e paciosa che subito gli illustra le peculiarità architettoniche dell'edificio, progettato e realizzato da un noto archi-star coreano. La padrona di casa è la signora Park, bellissima e leggiadra donna dai modi raffinati, cortese e ingenua fino a rasentare il mellifluo.
Le preoccupazioni di una moglie di quello status riguardano principalmente la cura del focolare domestico e l'educazione dei figli: la liceale e il piccolo Da-song. Dopo aver assistito più che soddisfatta alla prima lezione di inglese, la signora Park confida a Ki-woo di essere molto preoccupata per Da-song, un bambino irrequieto che si esprime attraverso il disegno e che lei ritiene avere un talento da coltivare. Dopo aver millantato amicizie altolocate e aver cambiato il proprio nome nel più anglofono “Kevin” a Ki-woo si accende una lampadina e in un colpo di genio propone come insegnante di arte una sua conoscente di nome Jessica, specializzata in Arte-terapia, per seguire il piccolo di casa Park.
Jessica altri non è che la sorella Ki-jeong la quale ha davvero talento artistico ed è così brava nella Computer Graphic da essere riuscita a falsificare un certificato universitario per suo fratello in modo che potesse presentarsi con le migliori credenziali. La fortuna raddoppia, ora in casa Park entrano entrambi i figli Ki in veste di tutor. La logica suggerirebbe che a questo punto, se giocassimo a carte, si potrebbe dire “servito” invece la famiglia povera non si accontenta di un po' di fortuna, la vuole tutta. A questo punto si susseguono inganni e trame per far sì che in casa Park possano entrare anche la madre e il padre a danno della governante e dell'autista già assunti.
Il male si insinua nella vicenda, le anime belle e meritevoli di fortuna vengono corrotte dall'avidità e dalla cupidigia, dall'invidia sociale e ciò non fa altro che arrecare guai e sfortuna non solo a loro ma anche ai belli e troppo gentili Park e ad altre persone che segretamente si erano create un nido nascosto all'interno di quel benessere altrui, esattamente come vorrebbero fare i Ki.
Era dai tempi di Underground di Kusturica che non assistevo a una tale potenza del grottesco e parossistico usata come critica sociale ma anche morale. Il simbolismo di cui è intriso questo film, seppur in maniera ironica, è tale da ricordare la narrativa rocambolesca del Bulgakov de Il maestro e Margherita o Cuore di cane. La sceneggiatura invece rimanda a certi stratagemmi di Takeshi Kitano.
L'alto e il basso sono rappresentati dalla villa pulita e asettica dei Park e dallo scantinato putrido per arrivare al quale bisogna scendere e scendere scale e scalinate. Un luogo marcio di cui tutti i membri della famiglia Ki portano dietro l'odore di muffa e di stantìo, un odore che il bambino dei Park riconosce nei due giovani tutor e nel signor Ki. Come dire che la puzza della miseria non te la puoi levare di dosso anche se parli bene e ti vesti bene. Sembrerebbe una condanna amara e anche fin troppo conservatrice nei confronti delle classi disagiate se non fosse che è evidente che l'ascesa sociale è raccontata come auspicabile e meritoria per i due giovani. Lo simboleggia la pietra/montagna che si apprestano a scalare almeno fino a quando non cercano di farlo a spese di altri poveracci come loro. A questo punto la pietra diventa un monito e di essa si guardano non più le aguzze e verdeggianti vette ma le oscure radici ipogee nel senso più letterale del termine.
Si aprirà per tutti una vera discesa agli inferi fisica e spirituale durante la quale ogni  tentativo di risalita risulterà maldestro e pernicioso.
Di simboli ce ne sono molti altri ancora ma non posso qui svelarli, pena lo spoiler sempre in agguato. Potrei solo citare una medaglia sportiva conservata con cura assieme a una foto che ritrae la signora Ki in gioventù nel momento in cui sta proprio vincendo quella medaglia in una gara di lancio del peso. Un'ulteriore traccia di un'occasione del passato andata perduta o sprecata, chissà.
Una grande prova d'artista supportata dalla recitazione degli interpreti che sanno dosare espressioni caricaturali e senso del tragico. Lasciarsi scappare questo film sarebbe davvero un'occasione sprecata.

Voto: 9

Katia Ceccarelli