Pinocchio

18/12/2019

di Matteo Garrone
con: Federico Ielapi, Roberto Benigni, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Marine Vacht, Alida Baldari Calabria, Maria Pia Timo, Massimiliano Gallo, Gianfranco Gallo, Davide Marotta, Teco Celio, Enzo Vetrano

Le bugie hanno le gambe corte.

E il naso lungo, aggiunge Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini), noto giornalista ottocentesco passato gloriosamente alla storia come babbo di Pinocchio, la favola italiana più amata nel mondo. Si fece le ossa riscrivendo le fiabe francesi più famose qualche anno prima della pubblicazione del suo capolavoro, opera che evidentemente diede i suoi buoni frutti, e non solo in forma di zecchini d’oro.
Matteo Garrone ci dona una bella strenna: la sua riduzione cinematografica rispetta alla lettera il testo originale, alterato solo saltuariamente dalla fantasia comica del co-sceneggiatore e attore Massimo Ceccherini - volpe dunque in più d’un senso - il cui fiuto istintivo contribuisce a rendere più viva la messa in scena che comunque si mantiene a livelli elevati grazie a due ordini di motivi separati ma compenetrantisi: la cura certosina della scenografia, dei costumi e dei trucchi, coadiuvati occasionalmente da un sapiente e non invasivo uso delle tecnologie digitali e l’ottima recitazione del corpo attoriale di altissima qualità, selezionato accuratamente per il pubblico internazionale, il cui unico neo è rappresentato dall’attricetta nel ruolo della fatina giovane: tira via le battute con troppa precipitazione ed è riuscita a rispondere davanti alla stampa con un “che devo dire?” imbarazzante per tutti i presenti. Per la prostetica e il trucco, Garrone ha scelto l’artista inglese Mark Coulier, già vincitore di due Oscar per il biopic sulla lady di ferro trapassata di recente e Gran Budapest hotel di Wes Anderson. Ha svolto un lavoro immane, soprattutto per rendere la legnosità dei burattini: a detta del truccatore, servivano tre ore al giorno solo per il make-up della “true superstar” Federico Ielapi, il bambino di otto anni interprete del protagonista: mascherare così bene il silicone non è impresa facile. Le buone idee alla base del design dei vari personaggi zoomorfi sono invece state apportate da Pietro Scola, nipote del famoso regista. La seconda colonna portante è la straordinaria prova attoriale del cast, con mostri sacri del calibro di Proietti nei panni del nerissimo “uomo solo” Mangiafuoco, somigliante a Rasputin, e Benigni sapientemente invecchiato per un commovente e umanissimo Geppetto, operazione contraria al ringiovanimento attuato ai tempi del suo Pinocchio. La scena d’apertura in cui il povero (questa la parola più reiterata da Collodi, tiene a precisare il nostro premio Oscar) falegname scava una crosta di formaggio col suo scalpello è magistrale. A impreziosire il ricamo di questa narrazione corale, fa faville l’esilarante duo ferino Gatto & Volpe consegnatoci dalla premiata ditta Ceccherini-Papaleo, all’insegna di “spizzichini” e ambigue circonvenzioni inaugurate fin dalla loro prima apparizione, mentre tentano di pescare (metafora del phishing cui sottoporranno lo sventurato burattino che puntualmente abbocca) con un masso in una marana. Anche Davide Marotta azzecca la parte, nel ruolo del super-io fiabesco di Pinocchio, il bistrattato Grillo Parlante; sembrano recitare addirittura i ciuchini! Infine stupisce soprattutto come Garrone “riesce a trasformare il paesaggio in un personaggio”, azzarda un intervistatore durante la conferenza stampa, effettivamente il dodicesimo giocatore in campo è paradossalmente muto: “I luoghi sono importanti per raccontare l’anima dei personaggi”, confessa il regista, confermando la centralità di luci, atmosfere e colori degli esterni, girati anche in Puglia, regione contributrice di questa produzione italo-francese.
Marginali e riuscite deviazioni dal libro del 1883 consistono nella rappresentazione del maestro elementare come particolarmente odioso per colpa delle sue continue punizioni corporali, pessima calligrafia e garrulo accanimento, motivi che contribuiscono a far fuggire uno sfregiato Lucignolo persino più piccolino di Pinocchio da quelle barbose lezioni.
A causa del brio e della verve con cui dirige il set, Benigni afferma che il regista romano “scrive il cinema, come con la biro: ti porta per mano”, mentre Ceccherini non rinuncia alla battuta toscanaccia: “Garrone è la mia fatina”. D’altronde, attraverso questa sua ultima impresa probabilmente l’autore di Gomorra e Dogman intende liberarsi dalla sua nomea di regista dai toni troppo cupi; per lui si tratta di una grande storia d’amore fra un padre e un figlio, afferma di essersi ispirato ai disegni originali di Enrico Mazzanti, alla pittura dei Macchiaioli e alla precedente trasposizione di Comencini; il risultato è comunque decisamente manieristico. A quando invece un Pinocchio veramente tenebroso che riesca a rendere sul grande schermo la violenza insita nella favola di Collodi?

Qui L'Incontro Stampa completo

Voto: 7

Fabio Giagnoni