Qualcosa di meraviglioso

04/12/2019

di Pierre François Martin-Laval
con: Isabelle Nanty, Gérard Depardieu, Assad Ahmed, Mizanur Rahaman , Sarah Touffic Othman-Schmitt, Victor Herroux

Chi non vorrebbe per sé "Qualcosa di meraviglioso"? E che cosa c'è di meglio, in alternativa a una vita minacciata dal potere, del sole avaro della Ville Lumière? Così si apre il film basato su di una storia vera "Qualcosa di meraviglioso". La premessa infatti è tutta dedicata alla descrizione dell'Inferno, preludio s'intende di un Limbo indefinito ben lontano come sempre dall'agognato Paradiso, con scene di repertorio degli scontri sanguinosi tra manifestanti e polizia avvenuti a Dacca nel 2011 in cui è coinvolto un locale ufficiale dei vigili fuoco, Nura. Contro lui, come ritorsione, viene pianificato dai servizi di sicurezza il rapimento del figlio maggiore, Fahim, che a soli otto anni manifesta un talento prodigioso per il gioco degli scacchi. Pertanto, come è giusto che sia, dall'Inferno programmato per la distruzione di esseri umani innocenti si cerca di fuggire a tutti i costi dando fondo ai risparmi di una vita per pagarsi, padre e figlio, un cammino verso la libertà attraversando da clandestini il confine del  Bangladesh con l'India per giungere all'aeroporto di Parigi e presentare richiesta d'asilo in Francia. Ma Fahim non sa perché e da che cosa sta fuggendo: Nura lo ha convinto a partire promettendo di fargli incontrare un grande Maestro di scacchi francese.

In attesa dell'esito della domanda d'asilo padre e figlio devono vedersela con una civiltà e una lingua a loro sconosciuta, ospiti di un centro d'accoglienza. Poiché la vita dell'asilante è come una pioggia acida su un bosco di tenere betulle, non c'è che la speranza di umanità a fare da ricovero alla disperazione di chi non ha nulla e rischia la sua stessa vita rientrando nel proprio Paese. La Buona Novella arriva come la Stella Cometa, d'improvviso e casualmente, quando un Nura disperato bussa alla porta del maestro Sylvain che dirige una scuola di scacchi per giovani talenti, alla cui amministrazione provvede una monumentale segretaria Mathilde, gioia e supplizio del burbero Sylvain, ma madre gentile e premurosa per l'infanzia in difficoltà. La chiave di volta sta nel rapporto antisimmetrico tra un padre che si vede rigettare la domanda d'asilo per l'imperizia e la malafede di un interprete indiano, e Fahim al quale la legge francese assicura una tutela fino alla maggiore età, avendo già beneficiato di una scolarizzazione adeguata che gli ha permesso di partecipare e vincere il torneo nazionale francese per giovani talenti. Mentre al primo, candidato all'espulsione, una volta rientrato in Patria si aprono le porte della prigione e delle torture, al contrario per Fahim si prospetta un futuro roseo, sotto la protezione di Sylvain e di Mathilde.

Per dare il massimo di veridicità possibile alla storia, si dispiega l'intero manuale degli scacchi e si dà fondo all'analisi delle partite storiche, alle mosse vincenti e alle strategie geniali dei grandi maestri a confronto. Una tavola magnetica e le schede dei risultati, mossa dopo mossa, costituiscono il registro di classe e il contenuto delle interrogazioni: il voto non si dà soltanto a chi vince ma a "come" si vince. Perché nella vita si può essere banali o geniali; trincerarsi dietro gli standard o violarli attaccando per noia e disperazione. Tutto purché il Re resti in piedi e non reclini mai la sua testa coronata verso la scacchiera! In effetti, se è vero come dice Sylvain che gli scacchi sono la forma più violenta di guerra psicologica, dove si cerca di minare in tutti i modi la solidità e l'autostima dell'avversario, allora oltre al cervello occorre fare stare bene il corpo con una ginnastica rilassante. Ma Fahim e Nura vengono da una civiltà in cui la famiglia e i suoi valori sono al di sopra di tutto: così padre e figlio si ritrovano nello stesso campo di disperati in attesa di deportazione. Ma stavolta, potete giurarci, il Destino starà dalla parte dei giusti! In sintesi, ci si trova confrontati a un diluvio di emozioni, giocate su un registro piuttosto raffinato e sorrette da interpreti eccellenti. Da non perdere.

Voto: 7,5

Maurizio Bonanni

Gli scacchi sono lo sport più violento che esista.
Garri Kasparov


Questa definizione data dall’orco di Baku, campione del mondo di scacchi ininterrottamente dal 1985 al 2000, considerato uno dei migliori esperti di sempre, è uno dei primi insegnamenti del burbero Sylvain, bravissimo insegnante francese di quel gioco, dopo il suo incontro con Fahim, un bambino bengalese in fuga dal suo Paese grazie al coraggio del padre, intimidito dalle autorità della sua nazione e ingannato e poi quasi espulso da quelle del Paese “accogliente”, solo il trionfo del figlio salverà la sua famiglia dalla diaspora.
Qualcosa di meraviglioso è tratto da una storia vera che sa molto di fiaba moderna e in questi tempi turbolenti lambisce il nostro quotidiano italiano addirittura più di quello dei cugini d’oltralpe, almeno nell’agenda setting mediatica nazionale: il tema dell’immigrazione non è proposto su basi ideologiche, il regista e cosceneggiatore Pierre-François Martin-Laval ha intelligentemente scelto di affrontare le asperità e a tratti la tragedia di andare a vivere dall’altra parte del mondo, fra gente tanto diversa in ogni senso, raccontandole attraverso gli occhi di un preadolescente, che al contrario del papà, come una spugna impara presto a esprimersi nella lingua del Paese che lo ha adottato, a usare le posate a tavola, cos’è la neve e cosa il mare, che nel viaggio aereo dall’India aveva scambiato bambinescamente per le nuvole.
Fortunatamente non c’è quasi ombra nella pellicola del pacchiano stile bollywoodiano, l’unico balletto indianeggiante di giovani donne sensuali è nel sogno nostalgico di Fahim per la madre lontana, mentre l’ironia - tratto dominante dell’opera che però è difficile definire commedia tout court - risulta sempre freschissima e tipicamente francese, non solo grazie alla conclamata bravura di Depardieu, interprete dello sfigato (così definito dai suoi stessi studenti) maestro, il quale durante la prima notte in cui ospiterà a casa il pupillo straniero riuscirà a fargli trovare in frigo le proprie mutande sporche! L’ilarità più spesso scaturisce dall’incontro fra culture diverse che ingenuamente cercano di capirsi, non sempre con successo. Il “bon appetit!” ripetuto da papà Nura è iconico.
Gli scacchi sono “una guerra fra spiriti” perciò durante le competizioni rilucono quelli più nobili, adombrando le intelligenze meramente calcolatrici e aride. Secondo la leggenda persiana narrata da Ferdousī nel suo poema epico medievale, il Libro dei re, il conflitto che originò la scacchiera fu addirittura fratricida: un sovrano indiano morì lasciando un erede, Gav e una vedova che si risposò con il fratello del deceduto, dall’unione nacque Talhend. La regina, interrogata in merito al loro futuro dai rispettivi figli, a ognuno dei due rispondeva che sarebbe stato re. Così gli inconsapevoli rivali, una volta adulti, dovettero guerreggiare e Talhend morì sul campo. Sua madre era inconsolabile, così Gav chiese al consiglio dei saggi cosa potesse fare, essi gli consegnarono una tavoletta quadrata di legno con l’immagine del campo di battaglia recante le trincee tracciate a difesa dell’esercito, sopra erano schierate le due formazioni in legno e avorio, con i rispettivi re, ministri ed elefanti (rappresentati dalle torri, montate appunto sul dorso dei pachidermi durante le antiche battaglie di quelle regioni) che avanzavano e combattevano secondo mosse prestabilite, alla fine uno dei re doveva perire. Quella riproduzione fu mostrata alla regina, che giocando giorno e notte, comprese, deperì e morì fra le lacrime.
Il razzismo latente, a volte persino inconsapevole, presente in determinati ceti della società francese, banalmente i più agiati, per ragione sociale lontanissimi dalle sofferenze degli ultimi, non è fissato voyeuristicamente, ma solo tratteggiato in sporadici episodi significativi, come l’ingiustificata paura di una madre nell’ospitare un piccolo clandestino, la convinzione che gli arabi (come se i bengalesi fossero tali) siano buoni a giocare solo a calcio, la confusione fra pakistani e bengalesi, tanto sono tutti uguali, come se questi ultimi non avessero dovuto affrontare una guerra per rendersi dai primi indipendenti, sempre per colpa del colonialismo occidentale fra l’altro, o anche non arrivare a capire che se un bambino al freddo non ha il cappotto non è per una dimenticanza.
Il presente lungometraggio risulta uno dei più fulgidi tentativi del cinema recente di sfatare i pregiudizi xenofobi attraverso una storia edificante reale, Nakache e Toledano già ci avevano stupito con una pellicola simile per fini sociali, ma meno politically correct, come Quasi amici. Personalmente pongo la presente allo stesso livello di sensibilità e spontaneità.
È un peccato che quasi mai i razzisti s’interessino di cinema, ho avuto modo di riflettere mentre scorrevano i titoli di coda.

Voto: 7

Fabio Giagnoni