Resurrection

23/04/2026

di Bi Gan
con: Jackson Yee, Shu Qi, Mark Chao, Li Gengxi, Huang Jue

“Resurrection” è il titolo internazionale di “Kuángyě shídài” che si potrebbe tradurre approssimativamente dal cinese come “Tempi selvaggi”, descrizione più accurata del contenuto del quarto lungometraggio del giovane regista di etnia Hmong Bi Gan. Durante gli anni di studio all'istituto di comunicazione a Taiyuan, venne folgorato da “Stalker” di Tarkovskij, dichiarando successivamente in un'intervista: "Il cinema può essere diverso, puoi fare quello che ti piace. Quello che avevo visto fino a quel momento erano principalmente film di Hollywood. Quello che mi venne insegnato era piuttosto noioso”. Tutta la ribellione riassunta in questa presa di posizione si riflette appieno in questo film diverso da ciò a cui siamo abituati e non certo solo perché proveniente dall’Oriente.
Abbiamo a che fare, in effetti, con un film distopico sui generis, in cui non si sogna più e i pochi che ancora lo fanno sono chiamati “Deliranti”. Fin da subito il regista ci immerge in contesti stranianti, infatti la prima immagine è l’interno di una sala cinematografica col pubblico seduto tutto girato a guardare noi, pubblico che guarda loro, in una specie di myse-en-abyme metacinematografica, per poi passare direttamente alla citazione pura attraverso scene in bianco e nero. Il punto di vista sempre avulso, “altro” rispetto al narrato, è veicolato dalla posizione della telecamera, occhio obliquo, spia, strumento che si fa espressivo in maniera eccelsa e alquanto originale.
Faccio una premessa, non è un film per tutti, non è pane per i denti di chi digerisce solo cinepanettoni, ma chi ha un palato più raffinato non rimarrà deluso: si va dalla contaminazione surreale di scene oniriche come l’occhio spiralizzato in digitale di una foto, a ciò che non saprei definire altrimenti che una citazione colta delle stanze cromatiche di Poe, dal futuro tirannico e anni ’30 che mi ha ricordato un capolavoro di questo sottogenere quale è “Brazil” di Gilliam, a un capriccio vampiresco di un Delirante alla “Nosferatu” che s’ingozza di fiori (gli viene imposto: “Smetti di sognare!”), all’intreccio principale dei bari che deve qualcosa a quell’altro capolavoro occidentale che è “Léon” di Besson, il tutto senza inficiare l’originalità di questo autore che si barcamena fra fumerie d’oppio, capodanni cinesi, musica assordante e orge di sangue. Non male per un mondo in cui non si sogna!
Non basta, sono convinto che pellicole del genere dicano sulla Cina molto di più di decadi di film in costume, americani o meno. Nelle scene finali con i mafiosi ho intravisto una critica all’assolutismo della dittatura cinese, mentre la trama (di cui non dirò di più, anche perché risulta molto soggettiva) è molto più romantica di tante storie esplicitamente sentimentali.
Alla fine delle fini, può anche essere stato un esperimento per sondare quanto siamo creduloni: me lo ha fatto pensare anche la sviolinata finale delle anime bianche, c’è inoltre la possibilità che il regista abbia voluto far trasparire in filigrana la futilità della sua stessa costruzione, ma nel deserto di tanto cinema nostrano, voglio credere in questa baraonda incredibile.

Voto: 7

Fabio Giagnoni