Sorry, we missed you

02/01/2020

di Ken Loach
con: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster

Lo scopo dello Stato, dico, non è di convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o di farne degli automi, ma al contrario di far sì che la loro mente e il loro corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni, ed essi possano servirsi della loro libera ragione e non lottino l’uno contro l’altro con odio, ira o inganno, né si facciano trascinare da sentimenti iniqui. Il vero fine dello Stato è, dunque, la libertà.

Baruch Spinoza è chiarissimo in questo brano del Tractatus theologico-politicus, ma purtroppo i massimi sistemi filosofici da sempre si scontrano con la dura realtà e Ken Loach lo sottolinea attraverso la sua ultima fatica Sorry we missed you come d’altronde ha fatto nella sua intera vita lavorativa all’insegna dell’impegno sociale e politico e con i suoi commenti sprezzanti durante la conferenza stampa, diretti contro la macchina della propaganda neo-liberista che ha permesso a Boris Johnson di stravincere le ultime elezioni inglesi, parla dei media asserviti ai padroni dei mercati globali, riusciti nella non facile impresa di mettere in ridicolo la settimana di 35 ore proposta dal partito laburista, per questi deprimenti motivi, pur non ritirandosi dall’agone rappresentato dal discorso pubblico, l’autore circoscrive le sue possibilità d’incidere sulla realtà politica del suo Paese: “Dovremmo rimanere umili rispetto a quel che possiamo fare”.
La logica neo-liberista del profitto a tutti i costi spreme i lavoratori “come limoni”, parole di un autista licenziato all’inizio della storia, di cui Ricky, il padre della famiglia protagonista, si accollerà l’oneroso tragitto costellato da consegne puntuali, 14 ore al giorno di sfacchinata tra clienti menefreghisti e maleducati, traffico, rischio d’incidenti dietro l’angolo, multe da ogni parte e perfino una rapina con pestaggio. Ammazzarsi di lavoro per una paga insufficiente, caricandosi sulle spalle tutti i rischi del mestiere, l’aleatorietà della gig economy, delle partite iva al minimo, dell’autoimprenditorialità schiavistica. Nel tentativo di emanciparsi dai debiti e dal giogo dell’affitto di casa, questo papà troppo impulsivo non mette in conto le conseguenze della sua costante assenza: suo figlio si fa sbattere fuori da scuola, ruba, danneggia casa, lo provoca perfino; “se non altro quando il padre gli grida addosso, è presente”, amara considerazione dello sceneggiatore Paul Laverty che ne fa però un’altra, profonda e di buon augurio: “Se si mettono insieme, i film di Ken costituiscono una sorta di lunga storia delle nostre vite. Mi piace pensare che tra 200 anni, se qualcuno vorrà farsi un’idea della storia sociale della nostra epoca, potrebbe trovare una risposta guardando cinquant’anni di film di Ken Loach”, suona come un commiato di fine carriera, effettivamente l’anziano maestro già al termine delle riprese del film precedente aveva deciso che quello sarebbe stato l’ultimo, nello stringergli la mano, l’ho umilmente pregato di non smettere, col suo consueto buonumore ha replicato: “You should talk to my wife!”. E a proposito di mogli, pure quella di Ricky, di mestiere badante, si trova in difficoltà nel suo ruolo di madre, la sua auto è stata venduta per acquistare il furgone del marito, costringendola a usare i mezzi pubblici per raggiungere anche i più lontani fra quelli che odia chiamare freddamente “clients”. La domanda vera è: può una famiglia dover scegliere fra serenità e sopravvivenza, dilaniata tra pagamenti arretrati e tempo rubato?
Sussiste un parallelo fra la scorsa opera, Io, Daniel Blake e quella oggi nelle sale: è come se Sorry we missed you fosse nato da una costola del film di tre anni fa: affinità delle tematiche (sussidi e lavoro accessorio sono due facce della stessa medaglia che rappresenta i sempre più lisi diritti dei lavoratori), ambientazione comune a Newcastle e stessa voglia di diffondere la pellicola noleggiandola a prezzi contenuti e rimborsabili anche presso organizzazioni di base come sindacati, chiese, enti di carità, società calcistiche…Io, Daniel Blake arrivò ad essere distribuito attraverso questo canale parallelo, anche per raccolte di fondi mirate, in più di 700 copie, chissà se questo lungometraggio sulle difficoltà degli schiavi di Amazon & companies riuscirà a superare quella pur invidiabile cifra.
Gli attori interpretano praticamente se stessi: quasi tutti hanno esperienze di vita e lavorative simili ai personaggi e per aumentare ancor di più il realismo, il regista riprende le scene in odine cronologico e rivela il copione solo man mano che si va dipanando, stupendo più volte i membri della famiglia. Il capo di Ricky invece è uno stronzo, come ammette l’attore che lo interpreta, non dev’essere un caso se Loach ha scelto un poliziotto per questa parte: all’inizio della storia, nell’assumere l’ex carpentiere protagonista, gli assicura che si tratta di un franchising e quindi avrà tutte le libertà del caso, ma poi gli impedisce di portare sua figlia con sé sul suo stesso furgone in orario lavorativo; si vanta di essere il numero uno del Regno Unito “’cause I keep this happy”, riferendosi alla “pistola” (definita dallo scenografo “calice avvelenato”) che scannerizza i pacchi, impone orari tassativi, traccia ogni movimento degli addetti alle consegne, rincarando poi la dose: “this decides who lives and who dies”; non esita a imporgli multe salate anche mentre è all’ospedale dopo essere stato aggredito da tre malviventi mentre lavorava. Il cartello “DON’T THINK & DRIVE” appeso nella sede di smistamento ricorda i messaggi subliminali, fra cui il famigerato “OBEY”, della pellicola cult Essi vivono, una certa idea di lavaggio del cervello di massa unisce le due pur lontane realtà filmiche, “le manette forgiate dalla mente” di blakiana memoria.
Una curiosità che l’intervistatore televisivo zoro dal palco non ha permesso mi togliessi riguarda l’uso costante delle parolacce, soprattutto da parte del capofamiglia: sembra poter insultare impunemente i clienti e perfino una vigilessa, mentre il figlio si permette di chiamarlo “vecchio bastardo” etc. È veramente messa così male la società inglese?
La pellicola è stata girata in cinque settimane e mezzo, ne risente in qualche scena recitata maluccio e nelle presunte doti artistiche di Seb(astian), il figlio maggiore, però nel complesso tiene, non sarà uno dei capolavori di Loach, ma il suo marchio di fabbrica è inconfondibile e inossidabile: si sente il bisogno di opere indipendenti schierate dalla parte della working class, artigianato cinematografico che in Italia latita da un pezzo. “Un film ha qualcosa dell’iceberg: puoi non vederlo nella sua interezza, ma percepisci la sua massa sotto la superficie”, ebbe a dire maestro anglosassone una ventina d’anni fa, in questo caso quella massa è rappresentata dai veri autisti restii a parlare del loro mestiere per paura di essere licenziati, dall’intollerabilità, insostenibilità e sofferenza (quando non direttamente la morte, i nostri riders ne sanno qualcosa) provocate dal presente mondo del lavoro sempre più comandato e delegato alle macchine e ormai totalmente indifferente ai bisogni umani.

L'Incontro con Ken Loach

Voto: 6,5

Fabio Giagnoni