
Le sequenze del film di Andrea Pallaoro scorrono fluide ma lente, forse talvolta troppo lente. Ci si concentra sulla narrazione dei fatti, ma la staticità di alcune inquadrature spinge la mente a perdersi, a vagare, ad abbandonarsi ad associazioni e suggestioni.
Il nome di Bernardo Bertolucci, sceneggiatore insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, e l’ambientazione in interni riportano alla memoria “L'assedio”, splendida pellicola (impreziosita da una colonna sonora bellissima) che procedeva “per sottrazione”, diretta quasi trent’anni fa dal compianto regista.
Un ricordo purtroppo sbiadito, per chi scrive; tuttavia, l’appartamento-nido, il legame del protagonista (interpretato da David Thewlis) con la musica e l’atmosfera ovattata, di sospensione, sembrano richiami non pretestuosi che si potrebbero individuare nella storia messa in scena da Pallaoro.
I temi trattati ‒ l’autodistruzione, il disagio, l’amore che divampa e travolge, la morte, la presenza e la mancanza, il trascorrere del tempo ‒ non brillano per originalità ma sono sviluppati con grazia e con sofferta intensità.
Scelta non scontata eppure assai efficace quella di rendere esplicita l’incapacità di Leo di raggiungere un’intesa profonda con Anne: l’intimità è frammentata; la sintonia e l’armonia assolute sono obiettivi in fondo impossibili da raggiungere.
Luca Marinelli è molto bravo (non certo una novità); in diversi momenti del film il protagonista si potrebbe sovrapporre per modi e atteggiamento al Cesare di “Non essere cattivo”. Il Leo a cui dà vita è una figura a metà strada tra Kurt Cobain dei Nirvana e Rick Rubin, produttore illuminato che diede lustro agli ultimi anni di attività di Johnny Cash, gigante della musica statunitense.
Il contributo di Alicia Vikander, con la sua recitazione convincente, asciutta e piena di umanità, è prezioso. Il suo vagabondare nelle stanze vuote della casa di Leo accresce la forza emotiva delle vicende raccontate.
Eccellente la performance di Susan Sarandon nei panni di Ava May, artista sul viale del tramonto che però non esprime rassegnazione. La voce calda e un po’ malinconica con cui l’attrice esegue i brani evoca la produzione di fine carriera di Marianne Faithfull, celebre cantante inglese scomparsa nel 2025. In una delle scene più toccanti e riuscite di “The Echo Chamber”, Ava fa riferimento al declino della bellezza e al peso gravoso che si deve sostenere quando una persona amata non c’è più. Un momento di dolente, velata poesia che rimane impresso nella mente.
Un film da vedere, insomma, “The Echo Chamber”. Non dare importanza alle prime, probabili impressioni di immobilità suscitate dalla visione permetterà forse all’opera di Pallaoro di insinuarsi in profondità nello spettatore. Di “entrare” sottopelle.
Voto: 8
Andrea Salacone