Tienimi presente

24/02/2026

di Alberto Palmiero
con: Alberto Palmiero, Carlo Palmiero, Elena Fattore, Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes

“Dovrei iniziare una pre-preparazione del film” è una delle prime battute del protagonista e regista di “Tienimi presente”, dal 26 febbraio nelle sale. Che il film di questo giovane esordiente campano sia palesemente autobiografico è chiaro fin da subito, ma che il progetto sponsorizzato da un nome altisonante come Marco Bellocchio fosse dovuto inizialmente essere un documentario ce lo rivela l’autore nel momento dedicato alla stampa successivo all’anteprima romana al Quattro Fontane.
Effettivamente c’è molto, se non proprio tutto, della vita di Alberto Palmiero, compresi i genitori e la nuova ragazza con cui s’è fidanzato durante le riprese, non a caso gli unici con cui la recitazione risulta più naturale. Sia chiaro, i problemi con la tenuta di scena non riguardano il protagonista che effettivamente si trova a suo agio nei suoi panni anche davanti alla macchina da presa, oltre che dietro, ma molti degli attori scelti, per quanto giovani, risultano decisamente inadeguati, e non si tratta di ruolo, ma probabilmente di carriera scelta.
Siccome il film è stato girato per metà a Roma e riguarda degli studenti universitari o comunque ragazzi laureati di fresco (con madri che si lamentano delle “minilauree”), è stato per me anche un tuffo nel passato, nei suoi vari scorci su Termini, i treni di percorrenza regionale e la movida notturna di San Lorenzo.
Alberto sogna nel film quel che sogna realmente, essere un regista, tratteggia un mondo di festival del corto senza idee - tanto che assurdità come il “Pesce toro” spadroneggiano - nonché parassitato da produttori che fan man bassa d’idee fresche ripetendo a tutti i giovani le stesse proposte con le stesse parole e senza neanche usargli la cortesia di farlo in separata sede. La critica a come funziona l’industria cinematografica, alla sua esclusività, alla sua mancanza di vitalità, alla sua provincialità asfittica è il punto forte del film e gli conferisce una certa credibilità come opera prima poiché tocca i punti che veramente sta vivendo un artista in cerca di affermazione o anche solo un minimo di visibilità. Ciò che convince meno è la figura stessa del protagonista e il modo di relazionarsi col mondo esterno: abbiamo un ragazzo giovane ma non troppo che ama il cinema ma smette di coltivare il suo talento e ritorna a casa dai suoi di fronte al primo ostacolo che sicuramente alcuni avranno anche trovato immaginario o comunque non esplicito, simpatico il riferimento all’altezza reale dei registi, ma il tipo dell’eterno indeciso disilluso un po’ chiuso in se stesso è fin troppo comune in Italia, dov’è la storia da raccontare? Qual è l’angolazione secondo cui dovrebbe risultare stimolante, a parte l’inserimento di qualche sketch simpatico con la madre tutto pepe o con l’anziano che gli cede il posto sui mezzi pubblici imponendogli: “Siediti, si vede che sei stanco”? Anche il Pulcinella che lo sveglia per drogarlo e portarlo a festeggiare sembra tirato per i capelli e sicuramente stucchevole è tutta la parte sull’adozione del cucciolo al canile, viene da chiedersi: “Perché?” Perché i cagnolini sono carini? La domanda è così perentoria che il regista stesso la pone in bocca a un suo interlocutore, ma tenta poi di buttarla sugli spalti lui stesso rispondendo: “Mo ti racconto” e nulla più.
Va menzionata anche la superfluità dei sottotitoli, posti quando si parla anche con un’inflessione dialettale così lieve che le parole che ci si vuole far leggere sono esattamente le stesse pronunciate dall’attrice: “Sicuramente non sei felice”, forse inseriti più per rimarcare la battuta che per renderla comprensibile.
Insomma, fatta salva l’ammissione d’inutilità di un certo cinema italiano moderno con annesso clientelismo scaduto ad amichettismo e qualche gag di una famiglia istrionica, non resta molto di cui discettare, se non affermare con forza che il volantinaggio è un lavoro come un altro, degno di rispetto e che se molti giovani non trovano sbocchi il problema non è esistenziale, ma strutturale

Voto: 5,5

Fabio Giagnoni