Tuner: l'Accordatore

29/05/2026

di Daniel Roher
con: Dustin Hoffman, Leo Woodall, Havana Rose Liu

C’è chi scrive sinfonie che non può ascoltare, chi compone la musica degli altri, e chi vanta un orecchio assoluto che non può più usare. Tuner è il luogo in cui queste storie si incrociano, in un Crescendo inevitabile che trascina destini e speranze verso un finale imprevedibile.
Recensione
Harry Horowitz (un Dustin Hoffman in stato di grazia) e il suo apprendista Niki (Leo Woodall, alla sua prima prova da protagonista) sono accordatori di pianoforti, virtuosi della chiave a caviglia, ammessi e tollerati nelle case dei ricchi e dei famosi, quando non scambiati per idraulici o elettricisti. 
Conoscono tutti i segreti dei legni, degli avori e degli acciai armonici, blanditi e ammansiti dalle mani amorevoli di Niki, che accarezza tasti e martelletti, accordandoli uno ad uno, senza troppo badare alle chiacchiere senili e un po’ sconnesse di Harry. E tutto va bene, fino a che…
Una sera Niki rimane fino a tardi in villa per un lavoro fuori orario, e si ritrova ospite inatteso di una banda di ladri sotto mentite spoglie, rumorosamente alle prese con una cassaforte più ostinata del previsto. Entra così in azione l’udito extra sensibile di Niki (tecnicamente: iperacusia), che si rivela decisivo al di là delle tastiere, ma anche imprevedibilmente apprezzato, ben oltre il lecito.
Seguiranno, nell’ordine: cattive compagnie (ma frequentate solo per necessità), prove di amicizia non richieste, lutti parecchio dolorosi e, ovviamente, un amore tenero e un po’ goffo. Tutto ruota attorno a lui, a Niki: taciturno, conciliante, affettuoso, apparentemente insignificante, riuscirà a salvare tutti, compreso sé stesso (e la musica), spingendosi però al limite, e un pochino oltre.
Tuner è un film apparentemente senza pretese, come Niki: una storia non troppo prevedibile, tessuta intorno a personaggi ragionevolmente ordinari, con un’ambientazione (New York) non troppo invadente. Eppure, stupisce e coinvolge, per il ritmo, per la fluidità, per la credibilità: sostenuto con una naturalezza sorprendente da un cast in perfetta sintonia, scolpisce ritratti di piena umanità; incornicia qua e là inquadrature e frammenti ai limiti del perfezionismo; regala colpi di scena e un finale a sorpresa, senza ammiccamenti né autocompiacimento. 
Con la stessa leggerezza d’una provetta pianista che dal bianconero della tastiera distilla la sua musica, il regista Daniel Roher - con saggezza e misura – da ciascuno (Woodall, Hoffman, Liu), e per tutti, raccoglie il meglio per raccontare la sua storia (scritta con Robert Ramsey).
Da non perdere.

Voto: 8,5

Davide Benedetto