Un anno difficile

16/12/2023

di Olivier Nakache, Éric Toledano
con: Pio Marmaï, Jonathan Cohen, Noémie Merlant

Qual è il motto dei Presidenti della Repubblica francesi (“i migliori attori possibili”, secondo i registi del film) da mezzo secolo a questa parte, in occasione del tradizionale discorso di fine anno”? Ma ovviamente il seguente: “È stato/sarà un anno difficile!”. E voi vi domanderete: ma anche in periodo di quasi boom economico? Beh, sì, perché altrimenti la soddisfazione avrebbe creato un esercito di sazi fannulloni, quando invece tutti dovevano darsi da fare quanto più possibile per far girare sempre più veloce la macchina (giostra?) “Produzione/ Consumi”. Così recita il divertente prologo del bel film di satira e di intelligente analisi sociologica “Un Anno difficile”, per la regia di Olivier Nakache e Éric Toledano (registi di “Quasi amici” e di “Samba”). La storia è presto detta: i protagonisti sono due tizi giovani, il primo, Albert (Pio Marmaï), con un posto da facchino aeroportuale ma senza fissa dimora per eccesso di debiti; l’altro, Bruno (Jonathan Cohen) è uno spiantato di natura, depresso per l’abbandono della bella e ricca moglie che non gli fa vedere il figlio. Per di più, Bruno è alle prese con gli ufficiali giudiziari che lo hanno lasciato senza mobili né suppellettili, in una bella casa che non poteva pagare. Ambedue sono indebitati fino al collo con parenti, amici e finanziarie varie, e nel loro vagabondare finiscono per caso in un gruppo organizzato di estremisti green. Già questo fa ridere. 

Ma non tanto, perché una pellicola apparentemente divertente gioca il sarcasmo irridente, infilando il bisturi là dove la società nasconde le sue piaghe. La prima, gigantesca è il consumismo compulsivo: troppe persone fanno sempre più debiti per acquistare cose di cui, alla fin fine, non hanno strettamente bisogno e per farlo si indebitano fino al collo. E, infatti, il film inizia con le scene tragicomiche di uno dei tanti “Black Friday” e il relativo assalto di folle scalmanate al tempio planetario del consumismo più bieco. Tutti adoratori della nuova religione laica universale, che occorre onorare calando come orde di barbari compulsivi a ridosso di vetrate e serrande chiuse di negozi e grandi magazzini, pronti a impossessarsi degli oggetti totemici imballati all’interno di quei santuari. Per poi menare fendenti senza esclusione di colpi ai rivali in gara, una volta entrati nello spazio sacrale. La regola selvaggia è nota: resi anonimi dalla confusione, si contende a vicini sconosciuti le merci super scontate più ambite, preferibilmente digital devise e oggetti cult, per poterle mostrare come trofei a persone e amici vicini e lontani. In uno di questi giorni nerissimi, ecco che Albert, il facchino aereoportuale con il badge di sicurezza di accesso alle piste, si trova la strada sbarrata per l’ingresso a un grande magazzino che pubblicizza il Black Friday, a causa di una manifestazione di ecologisti che protestano contro gli sprechi della società dei consumi. Ed è lì che avviene l’incontro fatale con la bella talebana green, Valentine (Noémie Merlant), leader del gruppo d’azione.

Il caso vuole che i due spiantati, incontratisi per caso e in circostanze paradossali, si trovino a bazzicare proprio il gruppo di Valentine per avere uno snack e della birra gratis, in un happening pubblicitario di propaganda ecologista, in cui vengono riciclati cibi confezionati scaduti, rimasti invenduti sugli scaffali dei supermercati. Così, un po’ per inerzia, un po’ perché sperano di cavarne qualcosa di utile, Albert e Bruno iniziano a partecipare alle attività collettive di protesta e di disturbo del gruppo ecologista. Bloccando il traffico, liberando animali negli allevamenti intensivi, manifestando davanti alla Banque de France per denunciare le malefatte del capitalismo finanziario nel favorire il consumismo senza limiti, con persone che si indebitano fino al collo per acquistare beni superflui. Così, a baluardo e monito di questi comportamenti devianti, la regia pone una sorta di (ambiguo) disintermediatore tra consumo e morigeratezza, Henry (Mathieu Amalric), avvocato della cause perse per la cancellazione dei debiti di persone rovinate (da se stessi), come Albert e Bruno. Sullo sfondo, risalta il dilemma tra “fin de mois” e “fin du monde”, in base a quello spartiacque che divide chi ha bisogno di un salario per arrivare a fine mese, e chi invece pensa a salvare a qualunque costo l’ecosistema e fermare i consumi, anche se così facendo si cancellerebbero centinaia di milioni di posti di lavoro nel mondo. 

Ma chi sono i militanti green? Figli di borghesi anche piuttosto ricchi, come Valentine. E gli attori sono proprio “natur”, nel senso che appartengono davvero ai gruppi militanti “ecolo” e alle classi borghesi francesi. A tutti costoro non resta che convincere il Global South, di cui fanno parte India e Cina, a sacrificare al Dio Green le loro speranze di crescita, facendo a meno degli idrocarburi e rinunciando a essere la manifattura a buon mercato del mondo intero. Facile “snobisticamente” svuotare una bella e spaziosa casa borghese, come quella di proprietà di Valentine, praticamente priva di arredo. Difficile, invece, vedersi svuotare dagli ufficiali giudiziari la propria casa in affitto, come accade a Bruno, che ne avrebbe volentieri fatto a meno, infischiandosene del Dio Green. Ma, il messaggio forte è tutto nel mantra su tre domande che debbono precedere ogni acquisto, e che Herny ripete agli iscritti della sua Associazione per la cancellazione dei debiti. Prima domanda: «Ne ho bisogno?»; seconda: «Ne ho veramente bisogno?»; terza: «Ne ho veramente bisogno adesso?». La risposta in genere è “NO”. Come abbiamo visto accadere in quasi due anni di lock-down causa Covid. Invece, c’è moltissimo bisogno di abbracci e di affettività, stringendoci gli uni agli altri!

Voto: 8

Maurizio Bonanni