Falling House
17/09/2026
di Mohsen Gharaei
con: Laleh Marzban, Farhad Aslani, Rima Raminfar, Elena Khakbazan

Falling House (Moragheb - Iran, USA, Germania) del regista iraniano Mohsen Gharaei si impone come una delle opere più lucide presentate all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, dove ha conquistato sia il Premio Airone della Laguna, istituito per promuovere opere caratterizzate da originalità e attenzione verso i temi della contemporaneità, sia il Premio Orizzonti per la miglior attrice assegnato alla credibile interpretazione della giovane protagonista Laleh Marzban.
Gharaei firma,collaborando alla sceneggiatura assieme a Amir Mohammad Adbi, un dramma claustrofobico, anche nella durata, e allegorico, in cui il disfacimento morale e psicologico di una nazione si riflette nella dissoluzione fisica e relazionale di un nucleo familiare, inizialmente funzionale. La vicenda ruota attorno ai sogni di Ensi, una giovane ragazza della periferia non agiata di Teheran che aspira a diventare una modella e che, dopo aver trovato un’agenzia in Turchia pronta a investire su di lei, intravede finalmente una via di fuga da un contesto sociale soffocante. Consapevole delle violenze strutturali della società in cui vivono, la madre decide di appoggiarla di nascosto, creando una muta e coraggiosa alleanza femminile. Tuttavia, il già fragile equilibrio domestico crolla definitivamente quando il padre, impiegato all’interno del sistema carcerario statale, viene travolto da un’accusa di corruzione, in via di verifica, e perde il lavoro. La gravità del suo ruolo istituzionale si riverbera immediatamente sull'esistenza delle figlie, tanto che la più piccola viene pubblicamente additata a scuola come la "figlia del boia" a causa delle voci che circolano sul passato del padre. Nel disperato tentativo di riaffermare un controllo ormai perduto all'esterno, il padre trasforma la propria abitazione, in via di demolizione a causa dello sfratto, in una prigione privata, rinchiudendo la moglie e le figlie per impedire alla primogenita di partire, dove aver acquisito delle sommarie informazioni sul lavoro promesso.
In questa architettura della reclusione, la casa smette di essere un rifugio e diventa il co-protagonista dell'opera: una struttura che va in pezzi insieme alle coscienze di chi la abita. Il film mette in luce metaforicamente come la dissoluzione anche fisica della famiglia rispecchi la decadenza etica di una società schiacciata dall'oppressione e dall'isolamento. Il patriarcato non viene rappresentato solo come una figura paterna autoritaria, vittima lui stesso di un sistema socio-culturale, ma come un atteggiamento psicologico invalicabile, un dogma cieco che preferisce la distruzione della propria prole piuttosto che l'accettazione del cambiamento. L'attrice protagonista, premiata a Venezia con il Premio Miglior attrice, regge il peso emotivo del film con una performance calibrata, capace di trasmettere tanto la vitalità del desiderio di emancipazione quanto il terrore di rimanere schiacciata dalle macerie domestiche. In questo scenario cupo e claustrofobico, il film evita tuttavia il puro nichilismo: il passaggio attraverso la malattia morale della famiglia e il crollo delle sue istituzioni interne diventano la dolorosa precondizione per superare il presente. La speranza per il futuro dei figli non risiede nella riconciliazione con il passato, ma nella rottura definitiva con l'autorità del padre e nella conquista della libertà che passa attraverso il rifondare una nuova casa.
Voto: 9
Michela Manente