Kapitan Volkonogov Bezhal (il Capitano Volkonogov scappato)

15/09/2021

di Natasha Merkulova, Aleksey Chupov
con: Yuriy Borisov, Timofey Tribuntsev, Aleksandr Yatsenko, Nikita Kukushkin, Vladimir Epifantsev, Anastasiya Ukolova

Cosa accade quando un carnefice smette di essere tale? Il capitano Volkonogov è un ufficiale dei servizi segreti stalinisti con un solo unico compito: far confessare i nemici dello Stato attraverso interrogatori condotti con “metodi speciali”, ossia attraverso torture dure e crude, per nulla raffinate ma molto efficaci. E il capitano fa bene il suo lavoro ed è apprezzato dai superiori e stimato dai colleghi finché un giorno qualcosa si spezza nella routine quotidiana dell’ufficio: un avvertimento caduto dal cielo desterà tutte le sue paure e i suoi dubbi, abbandonando il suo posto di lavoro e trasformandosi da carnefice a vittima. Lo stalinismo ha attraversato diverse fasi di epurazioni e nel film mostra il lato nascosto della sua ferocia ma messo all’indice non è semplicemente lo stalinismo ma qualsiasi sistema che fonda il suo potere sul terrore, sulla violenza e la prevaricazione. La domanda che percuote lo spettatore durante tutta la proiezione del film è cosa ci sia alla fine del cammino degli uomini timorati di Dio: se un uomo malvagio possa ottenere una redenzione o se sia condannato irrimediabilmente alla dannazione eterna. Volkonogov scappa ed è braccato dai suoi ex colleghi: un lupo solitario impaurito inseguito da un branco. Pur avendo la narrativa di un thriller, il film segue il ritmo costante e dolente di una messa da requiem per rispondere a questa domanda. Il senso del film, infatti, ruota senza mezzi termini sulla domanda esistenziale del valore delle nostre azioni, sul senso di colpa e sulla ricerca di una redenzione possibile solo attraverso il perdono. La fotografia è dominata da colori spenti, tutti virati sul marrone e il grigio su cui spiccano le divise rosse e nere dei militari che nell’aspetto ricordano giovani naziskin degli anni ’80 del secolo scorso. I personaggi si muovono attraverso quelle che sembrano ex fabbriche ed ambienti diroccati che a volte appaiono come luoghi devastati da una guerra. Tutto collabora, come dei contrappunti mistici, a dare un senso di universalità a questa storia che non fa sconti a nessuno e che a più riprese lascia attonito lo spettatore per la violenza di certe immagini su cui, comunque, non si sofferma mai in modo lezioso o più del dovuto. Il film, in concorso nella selezione ufficiale della 78° mostra cinematografica di Venezia, mostra con forza e con stile asciutto, senza inquadrature ricercate o particolari movimenti di macchina, quel cammino che trasformano gli esseri umani in carnefici e in vittime, e di come, forse, solo un gesto di pietà possa salvare un’anima.

Voto: 7,5

Emilio Lo Giudice Romanengo