
Il gesto quotidiano di svuotare un appartamento e riempire scatoloni di cartone diventa, nelle mani di Giulia Cosentino, regista e sceneggiatrice del suo corto, un atto di archeologia emotiva. Presentato alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (all'interno della sezione SIC@SIC) e incoronato con il Premio della Giuria al Miglior Contributo Tecnico, con il Premio del Centro Nazionale del Cortometraggio e con il Premio FEDIC al Miglior cortometraggio assegnato da una giuria coordinata da Carlo Griseri, Se mai le cose affronta la dissoluzione di un amore facendo riflettere il dolore della fine sulle superfici mute e familiari degli oggetti di casa.
La narrazione si sviluppa in una fredda mattina d'inverno a Catania: Rachele torna nell'appartamento condiviso fino a poco tempo prima con l'ex compagno Paolo per recuperare i propri effetti personali. In questo perimetro di venti minuti, lo spazio domestico cessa di essere un semplice contenitore fisico per trasformarsi nel custode silenzioso e intimo della memoria di un legame appena giunto al termine. Il punto di forza dell'opera risiede nella capacità della regia di far dialogare il presente con il passato. All'esperienza individuale di Rachele si sovrappongono infatti materiali di repertorio e archivi visivi che rievocano la memoria collettiva dei matrimoni di un tempo e il rituale antico del corredo nuziale. Da questo corto circuito temporale emerge un nitido confronto generazionale: se ieri l'oggetto rappresentava una promessa di stabilità e un'eredità familiare incisa nel tempo, oggi diventa il testimone precario di relazioni piene di incertezze, fluide e destinate alla conclusione.
Sul piano formale, il cortometraggio brilla per un comparto tecnico di eccellente fattura. La fotografia sfrutta con sensibilità la luce di Catania e le tonalità calde ma malinconiche degli interni, restituendo l'immagine di una casa che si sta progressivamente svuotando di vita. La costruzione visiva è millimetrica: ogni inquadratura sugli oggetti — bicchieri, vestiti, soprammobili — ne valorizza il carico simbolico, trasformandoli in elementi che diventano presenze sceniche e simboliche. A completare l'impatto emotivo interviene un uso misurato e avvolgente delle musiche e del sonoro, capace di sostenere il ritmo del montaggio, valorizzando tanto i silenzi sospesi del presente quanto le risonanze nostalgiche del materiale d'archivio. Giulia Cosentino firma una riflessione intima sul senso della perdita, sulla casa e sul valore che attribuiamo a ciò che ci lasciamo alle spalle, confermando un premio ampiamente meritato per un'opera capace di far parlare le cose quando le parole sono ormai esaurite.
Voto: 9
Michela Manente