
"Una cosa vicina" di Loris G. Nese è un’opera artigianale, un’esplorazione del reale che travalica i confini del documentario per addentrarsi nei territori dell'horror onirico, dell'animazione e del dramma familiare. Nato molti anni fa e passato attraverso un processo di lavorazione durato anni, tra cui ben due anni di montaggio e riscrittura continua, il film rappresenta un punto di svolta personale e stilistico per il regista, premiato con la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025 e in concorso al PerSo di Perugia 2026.
Il film, nato inizialmente come documentario tradizionale intitolato Tradizione Interrotta, ruota attorno all'ombra della morte violenta del padre e all'impatto di un contesto legato alla criminalità organizzata, trasformandosi nel tempo in un'opera di fiction contaminata capace di ribaltare i cliché dell'immaginario gomorresco per restituire un racconto intimo, terapeutico e formale complesso e metaforico allo stesso tempo. L'elemento di maggior fascino di Una cosa vicina risiede nella sua natura materica e stratificata, dove Nese mescola una quantità impressionante di tecniche e formati per dare corpo ai ricordi e all'inconscio. Il film impiega MiniDV girato con sei videocamere diverse e due camere digitali, filmini di famiglia in 8mm o Super8 degli anni Ottanta e Novanta e vecchi nastri VHS-C. Glitch, distorsioni e interferenze visive non sono stati creati in digitale, ma generati analogicamente attraverso l'uso di apparecchi elettronici, televisori a tubo catodico anni Ottanta e riprese dirette dagli schermi. In questo quadro si avverte un perfetto equilibrio tra il materiale giudiziario con gli atti del tribunale, i filmini familiari dell'infanzia e la ricostruzione narrata, in cui le interviste reali vengono trattate come veri e propri dialoghi di finzione per far avanzare il racconto interiore. L'apparato visivo dell'animazione evolve di pari passo con la maturazione emotiva della storia: il disegno a mano libera evapora la dimensione dell'infanzia, il rotoscoping subentra per ritrarre l'età adulta e la stop-motion, compreso il lavoro di scultura e animazione delle teste in fase di riordino del montaggio, invade infine la realtà creando un'esperienza visiva tattile e disturbante che si rifà al lavoro di maestri dell'animazione come Simone Massi e Giambattista Basile.
Per Nese il cinema di genere, e in particolare l'horror anni Ottanta, non è un semplice orpello stilistico ma il mezzo necessario per esteriorizzare una verità rimossa. Ispirandosi al cinema di Wes Craven e attingendo all'immaginario delle fiabe oscure, da Scar de Il Re Leone fino ai draghi e alle maschere di lupo, il regista mette in scena il cattivo dietro la porta. I volti dei personaggi si incastonano nei mobili, le luci rosse invadono gli ambienti e la metamorfosi nel lupo rappresenta lo stadio finale della paura e del trauma familiare. La colonna sonora e il design del suono curati da Chiara sono stati sviluppati in parallelo al montaggio visivo, dove frequenze impercettibili e suoni d'acqua creati per evocare l'alluvione generano un senso continuo di claustrofobia e minaccia in cui immagine e suono si incarnano l'uno nell'altro. Al centro del film vi è anche una complessa dialettica sulla voce e sul punto di vista.
Nese, che è al tempo stesso protagonista e regista, sceglie di non restare solo al microfono e la sua voce si intreccia con la voice off dell'attore Francesco Di Leva e con quella del figlio di quest'ultimo, che interpreta Nese da bambino, creando una polifonia sonora che universalizza la testimonianza personale. Girare il film ha significato accendere la videocamera all'interno delle proprie mura domestiche avviando una contrattazione continua con la madre, dove da un'iniziale diffidenza si è arrivati a una resa dei conti affettiva in cui la telecamera è diventata lo strumento per colmare un gap, abbattere un muro e fare pace con il passato prima ancora che con il film stesso.
Una cosa vicina è un'opera coraggiosa e appassionata in cui Loris G. Nese dimostra come il cinema possa farsi scultura del tempo e del dolore. Riutilizzando la pasta grezza del video analogico, l'animazione e i codici dell'horror, il regista trasforma la memoria traumatica in un oggetto d'arte riconciliante, regalandoci un esordio al lungometraggio che lascia un segno nell'ambito del cinema non fiction di ricerca italiano.
Voto: 8
Michela Manente