The Last House
22/08/2026
di Louis Leterrier
con: Greta Lee, Wagner Moura, Riley Chung, Emma Ho, Noah Alexander Sosnowski

È da poco disponibile su Netflix “The last house”, film del 2026 diretto da Louise Leterrier, il cui impianto narrativo è facilmente riassumibile.
Una famiglia composta da madre, padre, figlia piccola e figlio ragazzino vivono in una grande casa che non si potrebbero permettere, come più o meno il 90% degli statunitensi, e un bel giorno, il cielo terso del loro quartiere viene funestato dalla pioggia. Il padre, Jason, scopre che, improvvisamente, la porta della villa e le finestre sono bloccate. Nessuno entra e nessuno esce, mentre la perturbazione si mostra di natura sconosciuta, disegnando strani giochi d’acqua sui vetri.
Il nucleo famigliare realizza che dovrà resistere, a tempo indeterminato, con le risorse disponibili nella dispensa.
C’è tutto quel che serve per uscire di testa e rannicchiarsi in un angolo, nascosti sotto una coperta, e invece no. I nostri proseguono le loro vite come se nulla fosse, scherzando, guardando vecchi film, razionando allegramente le provviste, in perfetta armonia, e il vicinato li imita, anche se la pioggia che li imprigiona, da quel che si sa, potrebbe coincidere con la fine del genere umano.
Irrealistico, anche per un horror, e imbarazzante.
Solo quando il cibo comincia a scarseggiare, i protagonisti mostrano lievi segni di cedimento psicologico, senza mai dimagrire, impallidire, sentirsi troppo male o letteralmente impazzire, diventando pericolosi gli uni per gli altri, cosa che non avremmo trovato affatto eccessiva.
Inutile specificare che la lunghezza dei capelli non cambia mai, al passaggio di mesi, e l’abitazione rimane uno specchio. E quale paranoico accumulerebbe risorse per più di tre o quattro giorni al massimo, in una sonnacchiosa cittadina di Seattle?
È tutto molto soft, rasserenante, perfino quando, per ammazzare il tempo, Jason e i figli si impegnano nel decapitare alcuni peluche. Gioco costruttivo per futuri serial killer.
Lo vorremmo scrivere come avviso, per chi nutre la nostra stessa sensibilità verso gli animali: il povero cane muore (che trovata originale) e finisce nel frigorifero, sotto forma di bistecche.
Nessuna credibile reazione disperata, solo pessimo gusto.
Il tema di fondo è l’ambientalismo, e ci sta che nessuno spieghi l’origine del fenomeno soprannaturale, però non possiamo lasciar scorrere metà pellicola assistendo al buonumore di quattro deficienti che riscoprono, nel contesto di una tragedia apocalittica, i piaceri della tecnologia vintage.
Pessimo, compreso il disarmante epilogo.
Voto: 1
Carlo Baroni